La Mostra di Michele Anselmi / 16
I film di chiusura della Mostra contano poco, tradizionalmente, spesso neanche hanno distribuzione italiana. Finita la premiazione, tutti o quasi lasciano la Sala Grande e se ne vanno a cena o a festeggiare. Ma “The Hanging Sun – Il sole di mezzanotte“ esce invece lunedì 12 settembre nelle sale, per tre giorni, a mo’ di evento speciale, per finire di lì a poco su Sky, che coproduce con Cattleya e Groenlandia, ossia Riccardo Tozzi e Matteo Rovere. Quindi vale la pena di parlarne subito.
Alla base c’è un romanzo del best-sellerista Jo Nesbø adattato per lo schermo da Stefano Bises. Parlato in inglese e ambientato in un remoto villaggio norvegese “ai confini del mondo”, dove non fa mai buio, “The Hanging Sun” sfodera qualche qualità inattesa, meditabonda, s’intende nel rispetto del genere, assai gettonato sulle piattaforme digitali.
Cast misto, per lo più anglofono, anche se è il nostro Alessandro Borghi a incarnare il protagonista della vicenda, sfoderando un bell’inglese ciancicato, da personaggio laconico/misterioso. Cappelluccio di lana, barba e capelli lunghi, sguardo dolente, John è un killer che ha deciso di chiudere, ma nel ramo è arduo farsi da parte. Il fratellastro che l’ha sempre destato compie il lavoro sporco rimasto in sospeso, essendo entrambi agli ordini di un boss criminale che è anche loro padre.
Avrete capito che il sicario in crisi vuole scappare da tutto, ma la piccola comunità sul mare nella quale si rifugia, retta con piglio autoritario da un pastore protestante che detesta “stranieri” in giro, non l’accoglie volentieri. “Sono qui per una battuta di caccia” replica a chi gli domanda che ci faccia lì, specie un bambino balbuziente, Caleb, che vive con la madre Lea e il manesco padre forse disperso in mare. Scommettiamo che prima o poi i destini di John, Lea e Caleb s’incroceranno?
Panorami mozzafiato, fotografia tra livida e verdastra, uomini che si sentono padri-padroni, una redenzione forse impossibile. L’italiano Francesco Carrozzini pilota il materiale umano con mano ferma, attenuando i cliché, limitando le scene d’azione e costruendo una certa tensione psicologica in vista dello showdown con cruciale colpo di pistola.
Borghi è tumefatto e tosto al punto giusto, fin troppo, il cast britannico è ben scelto: da Jessica Brown Findlay al piccolo Raphael Vicas, passando per i veterani Charles Dance e Peter Mullan, ovvero il pastore e il criminale e il pastore, entrambi “paterni”, a modo loro.
Quasi a ribadire la doppia anima del film, italiana e anglofona, riecheggiano due canzoni d’antan mica male: “Un motivetto che mi piace tanto” e “Summer Wine”.
Michele Anselmi