Una delle più interessanti novità, che stanno caratterizzato il ritorno di Alberto Barbera alla Direzione del Festival di Venezia, è l’attenzione per i talenti giovanili: emergenti, sconosciuti e provenienti da ogni area geografica. Valorizzare, sostenere e promuovere i nuovi e i giovani talenti è così uno degli obiettivi di questa 69. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, che con l’istituzione della Biennale College for Cinema sta realizzando anche un progetto ambizioso: “un laboratorio permanente per la formazione e il sostegno di giovani talenti emergenti, aperto ai giovani filmmakers di tutto il mondo per la produzione di film a basso costo”.

In linea allora con questa nuova scelta editoriale abbiamo intervistato Angelo Bonanni, giovane fonico italiano, che alla Mostra è in concorso con E’ stato il figlio di Daniele Ciprì, dove proprio il suono, utilizzato in diverse modalità e declinazioni, oltre ad accrescere il valore empatico delle scene madri, accompagna e sviscera lo stato d’animo dei personaggi. Ansiogeno, quasi opprimente e soffocante, nell’incipit del film, nell’angusto ufficio postale, dove il tempo è meccanicamente e freddamente scandito, non dalla musicalità del cantastorie Buso (un oratore greco dei nostri giorni), ma dai display postali, circense nei momenti più comici e grotteschi che accompagnano le vicende della famiglia Ciraulo ed infine bombardante e martellante nella scena dell’uccisione della piccola Serenella.

 Non è la tua prima volta a Venezia, ma che cosa rappresenta per te partecipare con un film in concorso e quali sono le emozioni che stai vivendo?

Un film a cui si è partecipato esposto in un festival internazionale è una splendida occasione per mettere in mostra il proprio lavoro. Chiaro che per un ruolo tecnico il coinvolgimento all’interno di una mostra di arte è differente da quello che sicuramente hanno gli interpreti principali, ma in ogni caso vedere o ascoltare il proprio lavoro in questo contesto regala inevitabilmente delle emozioni fortissime.

Ti sei avvicinato all’arte e all’industria cinematografica come tecnico del suono, ci racconti il motivo di questa scelta e i tuoi inizi lavorativi?

Tutto è avvenuto in vari passaggi, sono un appassionato di suono e desideravo essere un tecnico del suono, per questo la mia formazione è stata da sempre concentrata sull’obiettivo, ma la scoperta del cinema è avvenuta come una folgorazione. Il primo incontro fu per caso ( “un mio amico fa il fonico per il cinema e ha detto che puoi passare a trovarlo se ti va”) e da lì tutto è iniziato. Ricordo che rimasi entusiasta dalla cura, dalla ricerca della perfezione, dall’enorme specializzazione manuale e dalla messa in opera di attrezzature di altissima qualità, atta alla ripresa del suono di un film. Da quell’esperienza è cominciata la mia ostinazione a diventare un fonico di presa diretta per il cinema.

Come è stato invece lavorare sul set di E’stato il figlio?

Ricordo le riprese con una leggerezza mai provata su nessun altro set. Tutti lavoravamo in perfetta sintonia e le giornate duravano un secondo. Anche le cose tecnicamente “difficili” diventavano leggere e poi tante risate. In effetti non riesco a capire come si possa aver girato un dramma così desolante pur ridendo tanto… 

Alessandra Alfonsi