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Ecco “I fratelli Sisters”. Con Audiard arriva il western alla francese

L’angolo di Michele Anselmi 

Se quello di Sergio Leone fu western “all’italiana”, quello di Jacques Audiard è western “alla francese”. Immeritato Leone d’argento per la migliore regia alla Mostra di Venezia 2018, “I fratelli Sisters” è comunque un film da vedere, per chi ama il genere. Non fosse altro perché porta la firma di un prestigioso regista transalpino “da festival”, l’autore di film tosti come “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”. Lo trovate nelle sale dal 2 maggio con Universal.
La storia, desunta dal romanzo del canadese Patrick deWitt, edito in Italia col titolo “Arrivano i Sister” (Neri Pozza), ha un che di buffo a partire dal titolo: i fratelli in questione fanno di cognome Sisters, cioè Sorelle. Buffo è pure l’andamento picaresco che Audiard imprime al suo western girato in Romania e Spagna, ma con attori americani per rendere la faccenda più credibile.
I fratelli Sisters sono due killer a pagamento che operano nell’Oregon del 1851, agli ordini di un potente locale chiamato il Commodoro. Charlie e Eli sono affidabili, veloci, precisi, feroci al punto giusto, anche un po’ psicopatici; ma le cose si complicano quando devono mettersi sulle tracce di un certo signor Warm, un giovane che avrebbe messo a punto la formula di uno speciale composto chimico capace di far risaltare l’oro nascosto nei corsi d’acqua.
Dotati delle micidiali Colt Navy appena commercializzate, i due segugi hanno ricevuto il compito di torturare il fuggiasco per farlo parlare; solo che un detective già sulle tracce di Warm non ha più voglia di consegnare il poveraccio ai due sicari e tutto si incasina nel lungo inseguimento dall’Oregon alla California, con tappa a San Francisco.
Secondo western in concorso a Venezia 2018, accanto all’antologico “La ballata di Buster Scruggs” dei Coen, “I fratelli Sisters” è esattamente come te l’aspetti: fitto di dialoghi strampalati, situazioni comiche, affondi sanguinari, paradossi ideologici (si parla anche di un utopistico “falansterio”).
Audiard non sovverte il genere, ma neanche lo prende sul serio, sicché ne esce un western vagamente intellettualistico, pieno di digressioni, verboso, realistico nel look polveroso, a tratti romantico, e tuttavia sarcastico nel discorso di fondo sull’avidità umana che recide ogni scrupolo morale e porta all’auto-distruzione. Joaquin Phoenix e John. C. Reilly sono i due fratelli, l’uno alcolizzato e perverso, l’altro meditativo e gentile; Jake Gyllenhaal è il detective dal cuore d’oro; Riz Ahmed fa il chimico idealista, mentre Rutger Hauer in partecipazione speciale appare nei panni del vecchio Commodoro.
Ogni tanto il western rinasce per tirare le cuoia subito dopo. Adesso se ne girano parecchi, soprattutto per la tv. Non saprei dire quanto durerà la moda, ma continuo a pensare che il Far West sia, preferibilmente, roba per cineasti americani; gli europei ci mettono sempre qualcosa di troppo: un che di incongruo, giocoso, erudito, bambinesco o da film in maschera.

Michele Anselmi

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