HIGHLIGHTS Recensioni

Ecco il grande assolo di Catherine Deneuve nei panni di sé stessa

L’angolo di Michele Anselmi

Una frase da appuntarsi: “Le buone intenzioni, senza tatto, sono le più pericolose”. La sibila Catherine Deneuve nel film che poco più di un mese fa inaugurò la Mostra di Venezia e ora esce nelle sale (giovedì 10 ottobre). In originale si chiama “La vérité”, al singolare, ma il distributore italiano, cioè la Bim, ha preferito moltiplicare il concetto, quindi il titolo è diventato “Le verità”. Magari perché nessuno sembra essere sincero nel corso della vicenda. Tutti i personaggi fingono, inventano, ricamano, ritoccano un po’ i fatti, a partire, appunto, dalla protagonista incarnata da Deneuve. Del resto lei è la prima a teorizzarlo: “Sono un’attrice, non posso dire la pura verità. Non appassiona”.
Come saprete, trattasi del primo film non girato in patria del regista giapponese Kore-eda Hirokazu. Siamo infatti a Parigi, oggi. Fabienne è una 73enne star del cinema francese, cinica, viziata, lunatica, in buona misura anaffettiva, che forse patisce i morsi dell’età. La figlia sceneggiatrice Lumir, ovvero Juliette Binoche, scappò anni prima da lei, sentendosi ignorata; adesso, in compagnia del marito americano e della graziosa figlia, è tornata da New York per una breve vacanza. La mamma ha appena pubblicato un’autobiografia intitolata “La vérité”, ma è del tutto evidente che Fabienne, nel dettare le memorie, abbia travisato la realtà, molto addolcendola.
Kore-eda Hirokazu, regista di film pure apprezzati in Italia come “Father and Son” e “Un affare di famiglia”, è partito da una sua pièce teatrale originariamente ambientata in un camerino. Strada facendo, anche su richiesta di Binoche, il progetto è arrivato in Francia, e a quel punto il cineasta ha potuto contare anche sulla presenza carismatica di Deneuve. Il risultato è una commedia molto “parigina” all’apparenza, per dialoghi, leggerezza e situazioni, ma con un retrogusto più pensoso, orientale, a tratti asprigno.
Certo, il balletto all’aria aperta con l’orchestrina che suona una specie di valzer e tutti che danzano era meglio eliminarlo, ma la partitura avanza elegante sul filo di un dilemma morale che potremmo riassumere così: meglio una verità crudele o una bugia pietosa?
Deneuve ha introdotto gustosi riferimenti autobiografici nel mettere a punto il personaggio. Nel film si parla tanto, ad esempio, di un’attrice amica-rivale, Sarah, morta anni prima, e il pensiero corre a Françoise Dorléac, che di Deneuve fu sorella di talento scomparsa a soli 25 anni. Ma tutto “La vérité”, nel gioco tra vero e falso, tra recitazione e vita, incluso un film nel film che si sta girando, è trapunto di battute argute, talvolta perfide, come quella sulle grandi attrici dal nome e cognome con la stessa iniziale: Simone Signoret, Michèlle Morgan, Anouk Aimée… Solo su Brigitte Bardot l’intrattabile diva storce il naso (giova ricordare, nel gioco di specchi, che un film del 1960 interpretato dalla giovane BB si chiama in originale proprio “La vérité”).
Se gli uomini non fanno una gran figura, mostrandosi perlopiù rincoglioniti o adoranti, le donne impongono alla storia l’altro tema di fondo, che è quello della maternità: come cambia nel tempo, chi è madre di chi quando si invecchia? Deneuve e Binoche si intonano al clima generale, la prima agendo da “mattatrice”, la seconda recitando per sottrazione; nel mezzo Ethan Hawke, un attore che cresce a ogni film che fa.
PS. Occhio al monacale vestito nero con il colletto bianco che Fabienne regala alla sua giovane collega odiata/amata: viene dritto dritto da “Bella di giorno”.

Michele Anselmi

Condividi quest'articolo