L’angolo di Michele Anselmi

Ho la sensazione che per un attore francese incarnare uno dei quattro moschettieri seicenteschi sia come per un omologo americano girare un film western su Jesse James o Billy the Kid; con la cappa, la spada e il cappello piumato al posto dello spolverino, del Winchester e dello Stetson sudato, simili i cavalli anche se le selle sono di diversa foggia. Giovedì 6 aprile, per Pasqua, arriva nelle sale con Notorious Pictures una nuova cine-versione del romanzo di Alexandre Dumas, forse la trentesima o giù di lì, si chiama appunto “I tre moschettieri”, anche se porta come sottotitolo “1. D’Artagnan”, il che significa che, alla maniera delle miniserie sulle piattaforme digitali, ci sarà un seguito.
Il remake, piuttosto fedele al romanzo, porta la firma di Martin Bourboulon, 43enne, il quale ha potuto contare su un budget consistente e su una specie di “Nazionale” del cinema francese: da François Civil a Vincent Cassel, da Romain Duris a Pio Marmaï, da Eva Green a Vicky Crieps, da Louis Garrel a Eric Rulf, solo per dirne alcuni, rispettivamente nei panni di D’Artagnan, Athos, Aramis, Porthos, Milady de Winter, Anna d’Austria, Luigi XIII e Richelieu. Naturalmente il film, lungo due ore e con una prevedibile sorpresa dopo i titoli di coda, rinnova il classico romanzesco alla maniera, appunto, di certi western fatti oggi: niente più divise linde e color azzurro con la croce sopra e gli stivaloni al ginocchio, tutto è più scuro, feroce, ingigantito nel sonoro, i denti sono ingialliti, Parigi è zozza e piena di liquami, gli abiti sono consunti e lerci, di contro le feste in maschera a corte appaiono un po’ perverse, alla “Eyes Wide Shut”, e gli attentati alludono al “Giorno dello sciacallo”.
Siamo nel 1627. Luigi XIII, ancora senza eredi, dimora al Louvre, mal maritato con Anna d’Austria che forse ama da lontano il Duca di Buckingham; gli ugonotti (protestanti), decimati dai cattolici, sono rinserrati nelle roccaforti di Montauban e La Rochelle; il Paese è spaccato in due, con il cardinale Richelieu che ambisce a guidare la Francia verso una resa dei conti con la Corona inglese.
In questo contesto arriva dalla Guascogna il giovane D’Artagnan, con una lettera di raccomandazione per il comandante Tréville, capo e istruttore dei “moschettieri del re”, una sorta di corpo scelto chiamato a difendere il sovrano. Ma già dalla prima scena il futuro cadetto, capitato nel posto sbagliato al momento sbagliato, si ritrova a fronteggiare dei sicari e viene subito ferito da un mortale colpo di pistola. Almeno così sembra. Invece, come risorto dalla fossa, il giovanotto s’avvia al quartier generale dei moschettieri a Parigi e lì, in ossequio alla tradizione, sarà sfidato, in orari diversi nella stessa mattina, da Athos, Porthos e Aramis.
Il resto magari lo ricordate: incalzano guai più seri, sicché D’Artagnan, benché inesperto ma audace, sarà accolto dai tre veterani e diventerà il quarto moschettiere, utile a sventare il complotto ordito da Milady, bella, sensuale, cangiante e molto crudele, ai danni della regina (ci sono di mezzo dei preziosi puntali a guisa di collana).
Visto in francese coi sottotitoli, “I tre moschettieri” custodisce un fascino che il doppiaggio non potrà mai restituire, anche se siamo nel territorio “grande spettacolo”, tra cavalcate, duelli, salti acrobatici, torture, cecchini, pugnali, veleni, eccetera. Ma almeno viene spiegato con una certa cura il contesto storico, e si fa dire all’accorto Luigi XIII, deciso a evitare nuove guerre di religione: “Non ordinerò un’altra notte di San Bartolomeo” (è il nome con il quale è passata alla storia la sanguinaria strage compiuta nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572 dalla fazione cattolica ai danni degli ugonotti parigini).
Naturalmente l’iconografia è abbastanza rispettata, con qualche variazione legata ai tempi: ad esempio Porthos, eccessivo e vitalista, è descritto come dedito a pratiche bisessuali, mentre Athos sente su di sé il fiato della vecchiaia e della morte, come se la partita fosse per lui giunta al termine.
Direi di non fare paragoni con le due variazioni sul tema realizzate da Giovanni Veronesi, lì il tono era più burlesco, da commedia all’italiana; semmai, per certe le atmosfere cupe, viene più da pensare a “La maschera di ferro” di Randall Wallace o all’episodio apocrifo “La figlia di D’Artagnan” che fu diretto da Bertrand Tavernier.
Confesso di essermi parecchio divertito, senza mai guardare l’orologio, ed è già francamente molto alla mia età. Il seguito, intitolato “I tre moschettieri. 2. Milady”, uscirà in Francia il 13 dicembre, immagino quindi anche da noi per Natale, sempre scritto dai bravi Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière.

Michele Anselmi