L’angolo di Michele Anselmi

Diciamo la verità: quanti film americani abbiamo visto su allenatori a riposo o incasinati che trovano un loro riscatto ricominciando da capo, dopo aver assaggiato l’inferno, pilotando una squadretta di giovani? Che sia baseball, football americano o basket, poco importa. Quasi sempre è il tema della redenzione morale che s’impone, intrecciato agli ingredienti tipici della “tragedia americana”: famiglia a pezzi, alcolismo spinto, retrocessione sociale, solitudine abissale.
Non fa eccezione “Tornare a vincere”, in originale “The Way Back”, che doveva uscire nelle sale con Warner Bros nel 2020 e ora vedo programmato su Sky, non più in “Primafila” a pagamento. Diretto da Gavin O’Connor, regista di titoli interessanti come “Warrior” e “The Accountant”, il film è cucito addosso a Ben Affleck: qui più corpulento del solito e dotato di barba.
Jack Cunningham è un quarantenne alla deriva: lavora come carpentiere, ha una casetta che cade a pezzi e un vecchio pick-up arrugginito, soprattutto beve, beve, beve, fino a stordirsi per non pensare. La bella moglie l’ha mollato da un anno, ma c’è qualcosa di più traumatico dietro quel lasciarsi andare e lo scopriremo strada facendo. Da giovane Jack fu una promessa del basket alla “Bishop Hayes”, una scuola cattolica di Los Angeles. Portava il numero 24, lo stesso di Kobe Bryant (me l’ha fatto notare l’amico Nicola Calocero, esperto del ramo), ma ora quella maglia è sistemata tra i cimeli scolastici, in ricordo di fasti lontani.
Tuttavia c’è sempre una seconda occasione. Chiamato dal preside in clergyman per ridare un po’ di smalto alla squadra ultima in classifica, quel relitto d’uomo accetterà di allenare i dieci ragazzi incasinati, e il resto si può immaginare. Almeno un po’, perché “Tornare a vincere” in realtà custodisce parecchie sorprese, sempre all’interno di quella branca particolare del cinema sportivo.
Ho la sensazione che il copione, scritto da Brad Ingelsby, alluda qua e là pure alla carriera a corrente alternata di Ben Affleck, ma forse mi sbaglio. Di sicuro l’attore, che pure è un bravo regista, basterebbe pensare a “The Town” e “Argo”, s’immerge in questo personaggio sempre a un passo dal tracollo fisico e mentale, tra rabbioso, risentito e vulnerabile, sia pure circondato da persone che gli vogliono bene e credono in lui. Ma lui crede in sé stesso?
Tutto già visto al cinema, parecchie volte; e però “Tornare a vincere” non addolcisce la pillola della dipendenza e mostra anzi come sia arduo, a ogni età, combattere e giocare “col dente avvelenato”, in modo da mitridatizzare quel veleno interiore prima che ti uccida.

Michele Anselmi