La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 12
Vedendo “Echo Chamber”, secondo titolo italiano in concorso alla Mostra, resta la curiosità di sapere come Bernardo Bertolucci avrebbe girato questa storia da lui pensata e poi scritta insieme a Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini. Purtroppo le condizioni di salute del regista parmigiano s’aggravarono e il caso ha voluto che la traduzione in inglese del copione definitivo arrivasse appena mezz’ora dopo la notizia della sua morte, avvenuta il 26 novembre del 2018.
Quel progetto è rimasto in sospeso per anni, finché non ha deciso di misurarsi con esso l’oggi 44enne cineasta trentino Andrea Pallaoro (accento sulla seconda “a”), un habitué del Lido sin dai tempi del suo esordio con “Medeas”, 2013. Nel prendere in mano quella sceneggiatura rimasta in un cassetto, il regista non s’è fatto intimorire, si direbbe, dal magistero di Bertolucci, il quale, leggo in un articolo per “La Lettura” di Cecilia Bressanelli, si definiva scherzando «un regista di soprammobili», assai legato agli oggetti e agli arredi, ai movimenti di macchina arditi, fossero dolly e carrelli.
Pallaoro, invece, opta per una composizione dell’immagine elegante ma volutamente “statica”, fatta di campi lunghi e quadri fissi, dentro un formato quasi quadrato (1:1,2). Il titolo provvisorio del film suonava “Home”, casa, e in effetti non si esce mai dal lussuoso appartamento, siamo a Londra si direbbe anche se dalle finestre si vede uno scorcio di piazza Santi Apostoli a Roma, nel quale vive il produttore discografico Leonardo, di origine italiana.
Bello, fascinoso, un po’ maledetto, il quarantenne è tormentato da un dolore alla schiena che lo sta schiantando, sul piano fisico e psicologico; ma non può deflettere, c’è da completare un progetto discografico, tra prove e registrazioni, che vede il ritorno sulle scene di una cantante, un tempo di culto, tale Ava May, un po’ ritagliata sulla figura di Marianne Faithfull.
Come reagire a quella sofferenza sempre più invalidante? Ingaggiando Anne, una fisioterapista dalla bellezza discreta e dalle mani d’oro che entra lentamente nella sua vita, diventando una presenza assidua, una specie di fidanzata. Leo dipende dai farmaci sempre più potenti che Anne gli procura, mentre si affina una strana convivenza: con i due che coabitano quasi senza frequentarsi, talvolta senza accorgersi l’uno della presenza dell’altra (pare che Bertolucci si sia ispirato a un trafiletto di giornale o forse a un testo di Murakami).
Come rendere tutto ciò? Con una sorta di andirivieni temporale, mai davvero esplicito ma abbastanza chiaro per lo spettatore, nel quale seguiamo i tre personaggi impegnati a raccontarsi, perlopiù in forma di duetti: Leo con Anne, Leo con Ava. L’andirivieni è anche concreto: porte che si aprono e che si chiudono, docce, amplessi, masturbazioni, denti da lavare, sedute di massaggi, la luce esterna che muta attraverso i finestroni, i suoni della casa, una festa con gli ospiti, le note di chitarra e pianoforte.
Pare evidente che il film parta da una dimensione autobiografica, come una riflessione sulla sofferenza fisica da trasformare in creatività che Bertolucci mise a fuoco negli ultimi anni della sua esistenza. Accadeva in “Dolor y Gloria” di Pedro Almodóvar, accade in “Echo Chamber” in una chiave diversa. A partire dal titolo, che evoca le presenze nella casa e insieme nasce da un ricordo di Ava, la cantante: quando lei si rifugiava in una stanza dello studio di registrazione per fumare senza sapere che quel luogo era usato per aggiungere eco e riverbero alle voci.
Tutto molto soffuso, stilizzato, anche patinato, tra omaggi non dichiarati a Henry James e Attilio Bertolucci, rifrangenze “bertolucciane” e meditazioni sui corpi che invecchiano. Immagino che il film sarà doppiato, sicché si perderà la presa diretta in inglese dei tre interpreti: che sono il nostro Luca Marinelli, la svedese Alicia Vikander e l’americana Susan Sarandon, tutti e tre misurati, molto coinvolti nel progetto ambizioso.
A un certo punto echeggia una domanda ritenuta cruciale: «Che cos’è l’opposto della musica? Il rumore o il silenzio?». Se interessa, bisogna vedere il film, nelle sale dal 10 settembre con 01 Distribution, per scoprirlo.
Michele Anselmi