La terza stagione di “Emily in Paris” è finalmente disponibile su Netflix, ad un anno esatto dal caricamento in piattaforma della seconda. Anche in questa stagione ritroviamo la nostra amata Emily – l’americana trapiantata a Parigi – sulla vetta della classifica (complice anche il periodo natalizio in cui è stata rilasciata). La fortunata serie creata e prodotto da Darren Star ci mostra, da ormai tre anni, le vicissitudini amorose e lavorative di Emily, la sbarazzina e frizzante americana interpretata da Lily Collins alle prese con i sovrabbondanti luoghi comuni della Francia e dei francesi.
L’inossidabile e fortuito binomio Parigi-moda è ormai il punto di forza su cui tutta la serie si basa: la romantica capitale francese, i suoi cliché e la sua lingua sono il panorama perfetto per gli outfit sgargianti e stravaganti di Emily. Lo stile dei personaggi – pilastro delle tre stagioni – si deve alla costumista, Patricia Field, che ha già lavorato in “Sex and the City” contribuendo a rendere iconico il personaggio di Carrie Bradshaw. La terza stagione di “Emily in Paris” porta con sé la spensieratezza unita alla leggerezza che da sempre l’ha contraddistinta. La formula magica, dopotutto, è sempre la stessa, ma la trama risulta più scarna e superficiale con colpi di scena che arrivano solo nelle battute finali lasciando di nuovo il finale aperto con la promessa di una nuova stagione.
Questa terza stagione cade spesso nel banale e la leggerezza, che la rendeva diversa dalle altre serie, ora prende una piega dispregiativa: ad eccezione degli ultimi due episodi che sono degni delle serie precedenti, la serie non ci offre nulla di nuovo e aggiunge poco ad una storia già satura e fin troppo patinata. I colpi di scena, come anticipato, ci sono, ma arrivano tardi e non bastano a stupire uno spettatore in attesa dell’happy ending da tre stagioni. In conclusione, si raggiungono i numeri di sempre grazie ad attori che riescono a coinvolgere e personaggi ben caratterizzati che diventano “amici” dello spettatore, si ride, si sogna, ma il tutto risulta ripetitivo e debole.

Flavia Arcangeli