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Eros, inconscio, dipendenza: “Freud” di Netflix approda all’interno della psiche umana

“Ciò che una persona è diventata era in realtà il suo desiderio più profondo” Scena 8. Il finale. È questo il punto di partenza per comprendere la prima serie di ‘Freud’, prodotto Netflix disponibile già dal 23 marzo 2020.
Se ci si aspetta di vedere la vita romanzata del giovane psicoanalista ebreo, cadiamo in errore. Non adatto alle persone al di sotto dei 14 anni, ma neanche ai deboli di cuore. La narrazione è cruda, talvolta feroce, spaventosa e difficile da decifrare. Fermarsi solo alla prima puntata vorrebbe dire considerare Freud un estraneo nella sua stessa serie. Inizialmente lui è il tassello di un puzzle formato da una miriade di pezzi, fra cui il contesto politico austro-ungarico, agli inizi del ‘900, e le culture popolari miste fino alla magia nera. Freud è un giovane psicanalista che lavora in un manicomio, sommerso dalle difficoltà economiche e dall’impossibilità di far valere le proprie teorie nel mondo scientifico – accademico. La psicoanalisi è il suo tesoro più prezioso, insieme all’inseparabile dose giornaliera di cocaina. Entrambe hanno per Freud un fascino positivo, o almeno finché non ne conoscerà il lato oscuro. Saranno necessari ben tre episodi per iniziare a far luce sul vero ruolo di Freud all’interno della serie.
Sin dal principio, Sigmund cerca di far comprendere le sue teorie sulla tecnica dell’ipnosi, opponendosi alle vecchie credenze sull’isteria femminile. Purtroppo per lui, però, i suoi studi saranno sempre classificati come ‘sciocchezze parigine’. Il protagonista è un moderno Galileo Galilei, fermamente convinto delle sue teorie, ma ancora vittima dei grandi poteri.
“Chi è Fleur Salomé?” chiede Martha futura sposa di Freud. Nessuna risposta, sarà un libro a parlare per lui. Fleur è il centro nevralgico dell’analisi dello scienziato, da lei tutto parte e tutto ricomincia, senza una fine. La sua figura è così forte da sembrare fin troppo preponderante. Sarà necessario entrare in quella “stanza buia”, che è la mente umana, per capire che Fleur è solo il paziente zero, grazie a cui Freud potrà avere accesso alle tante stanze buie dei personaggi che si susseguono.
La costruzione della trama è una ragnatela tessuta grazie ad una narrazione per nulla semplice o scontata, in cui si intrecciano desideri macabri, erotismo, fantasie, pensieri indicibili eppur realizzabili. L’intreccio tra le storie è così ben congegnato da suscitare una sola domanda: o il regista, Marvin Kren, è un folle o è un genio. La forte paura, che all’inizio colpisce, non è percepita nello stesso modo durante gli otto episodi, infatti, una volta compreso il meccanismo, l’osservatore sa già chi si celerà dietro ogni incubo. La ricettività dello spettatore è giustificata dalla familiare complessità della mente umana che, come un labirinto, rende tutti sue vittime. Lo stesso padre della psicanalisi sarà smarrito o, perlomeno, fino a che non riuscirà a trovare una via di uscita.

Cristina Quattrociocchi

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