L’angolo di Michele Anselmi 

Il titolo italiano dice “Anche io”, più o meno la traduzione di “Me Too”, a evocare il tema, cioè la poderosa inchiesta giornalistica del “New York Times” che il 5 ottobre 2017 inchiodò il potente produttore e predatore sessuale Harvey Weinstein (pronuncia: Uainstin), fino ad allora intoccabile e temuto, oggi in carcere dove sconta una condanna a 23 anni. Il film, nelle sale con Universal, da giovedì 19 gennaio è secco, lucido, accurato, senza compiacimenti di alcun tipo nel racconto delle molestie sessuali e degli stupri (tutto è lasciato fuori campo, nei corridoi degli hotel o nello squallore delle registrazioni), un po’ come succedeva con “Il caso Spotlight” e “The Post”.
Alcuni recenti articoli di “la Repubblica” hanno riacceso l’attenzione sulla rovinosa piaga, e va benissimo: solo che nessun nome e cognome è stato fatto dalle attrici intervistate, perlopiù disposte a rievocare episodi sgradevoli patiti sui set, al massimo alludendo, senza denunciare. Che è proprio l’opposto di quanto si vede in “Anche io” (in originale “She Said”), dove le croniste investigative Jodi Kantor e Megan Twohey, due giovani madri multitasking, uniscono le forze per sbriciolare il muro di gomma che protegge le malefatte del produttore di “Shakespeare in Love”.
Il film, diretto dall’attrice/regista tedesca Maria Schrader e coprodotto da Brad Pitt, non mitizza il mestiere del giornalista pur lodandone lo spirito indomito; ci ricorda semmai quanta grinta, pazienza, faccia tosta, sensibilità, crisi di nervi e notti in bianco servano per mettere a punto uno “scoop” a prova di bomba. E quello di Jodie e Megan tale fu: perché aprì la strada a centinaia di dolorose testimonianze e favorì appunto la nascita di #MeToo.
“Anche io” non si prende libertà drammaturgiche alla maniera italiana, mette in fila indizi, piste e “gole profonde”, al punto che Ashley Judd, una delle più note vittime di Weinstein insieme a Gwyneth Paltrow e poi coraggiosa accusatrice, compare nel ruolo di sé stessa.
Certo non fu facile squarciare il velo del silenzio, insomma convincere donne ancora spaventate dopo decenni, se non addirittura terrorizzate, a raccontare gli abusi subiti ad opera di quel produttore aggressivo e corpulento; anche perché, tra gli otto e i dodici casi, c’erano state di mezzo sostanziose transazioni di denaro proposte dalla Miramax al fine di evitare lo scandalo. Il cuore del film è proprio lì: come e dove trovare le prove, soprattutto cartacee o digitali, necessarie a trafiggere definitivamente il porcone.
La morale? “È una cosa più grande di Weinstein, è un sistema che protegge chi abusa, in ogni campo” sentiamo dire in sottofinale, prima che l’inchiesta – letta, riletta, cesellata e arricchita con la difesa del produttore – sia mandata in stampa, anzi in rete.
Zoe Kazan e Carey Mulligan incarnano benissimo le due croniste, l’una piccola e tosta, l’altra lambita dalla depressione e reduce dalle minacce di Trump, ma sono ben servite dal resto del cast, dove spiccano Samantha Morton, Jennifer Ehle, Patricia Clarkson, appunto Ashley Judd, Peter Friedman e Zach Grenier…
Nel film compare anche un pezzo d’Italia. Nel settembre 1998, all’apice del successo, Weinstein portò in concorso alla Mostra di Venezia “Il giocatore” di John Dahl, da lui prodotto, e in quell’occasione si rese protagonista di un ennesimo episodio vomitevole ai danni di un’assistente asiatica, la povera Rowena Chu.
PS. Ho visto il film al secondo spettacolo, nella sala più piccola del cinema Adriano: eravamo in cinque. Andate presto se interessa.

Michele Anselmi