L’angolo di Michele Anselmi

Ma come parlano? “Non muovere neanche una molecola!” grida il padre alla figlia durante un pranzo piuttosto vivace. “Cazzi loro” dice una dottoressa esperta in trapianti parlando di due pazienti. “La noia è una buona causa per morire?” si chiedono a letto due anziani coniugi. Francamente ciò che a teatro può funzionare, pure dentro una recitazione naturalistica, rischia di fare cilecca al cinema. Viene da pensarlo vedendo “Dall’alto di una fredda torre”, titolo fortemente allusivo e non spiegato, a meno che non ci si voglia riferire all’impervio gioco della torre, per la serie: “Chi butteresti giù tra i due?”.
Il regista Francesco Frangipane e il drammaturgo Filippo Gili portano sul grande schermo, da giovedì 13 con Lucky Red, la pièce già da loro messa in scena a teatro nel 2017. Trattasi del secondo atto della “Trilogia di Mezzanotte”, e certo non di argomento allegro si parla, se Gili così presenta gli ingredienti del suo trittico: “Il tentativo del libero arbitrio, l’intercapedine fra la vita e la morte, il ribaltamento della linearità percettiva se la morte si fa viva, la disarticolazione dei parametri emotivi, la confusione del linguaggio doloroso – prima ancora del dolore in sé”.
Se sulla scena lo spettacolo contemplava sei personaggi, quattordici quadri e tre ambienti, il film fa prendere aria al testo, trasportando il tutto a Gubbio e sulle montagne circostanti, sia pure conservando una struttura da “kammerspiel”, da ring dialettico, forse un po’ ibseniano, che si concentra sul bivio morale in questione.
Due gemelli eterozigoti attorno ai 45 anni, ovvero Antonio ed Elena sono costretti a misurarsi con gli effetti di una malattia degenerativa che sta intaccando i tessuti midollari dei loro genitori. Ci sarebbe un modo per salvarli: con un doppio intervento espiantale, ma Antonio ha il cromosoma 7 in disordine, ed Elena, l’unica compatibile, non può sopportare un doppio prelievo. Quindi bisogna scegliere chi salvare. Ma come si fa? E soprattutto come dirlo agli interessati?
Suggerirei di lasciare da parte ogni riferimento a “La scelta di Sophie”, il celebre film tratto dal romanzo di William Styron ambientato in buona misura ad Auschwitz. Qui l’ambiente evocato riguarda la buona borghesia eugubina, tra case eleganti e ben arredate, benché i due gemelli facciano lavori normali: lei dà lezioni di nuoto ai bambini, lui fa l’agricoltore o qualcosa del genere.
Naturalmente Gili evoca un doppio legame simbiotico, che è poi quello tra i due anziani ancora innamorati l’uno dell’altra e i figli uniti da un rapporto tra conflittuale e para-incestuoso. Nell’incipit, sulla cima di una montagna immersa nella nebbia, due trentenni si stringono in un abbraccio salvifico che li salva dalla morte; nell’epilogo, ad alto tasso simbolico, accadrà qualcosa del genere in una sorta di passaggio del testimone.
Edoardo Pesce a Vanessa Scalera sono Antonio ed Elena, incapaci di prendere la decisione di coscienza richiesta dagli eventi; Giorgio Colengeli e Anna Bonaiuto sono i loro genitori, i quali forse hanno capito cosa stia succedendo; Elena Radonicich e Massimiliano Benvenuto sono i medici fedeli al giuramento di Ippocrate e tuttavia turbati dalla situazione. Poi, purtroppo, c’è un cavallo bianco (metafora metafora!) che scappa dalla stalla e galoppa sfrenato per strade e colline, forse a incarnare la bellezza inafferrabile o la vita che spezza le redini, vai a capire.
Gli attori coinvolti (Scalera e Benvenuto erano della partita anche a teatro) molto soffrono, s’agitano, scherzano, litigano, piangono, bevono, mangiano, urlano “merda” e “paraculi”, facendo dei loro personaggi, spinti si direbbe in un vicolo senza uscita, gli Attori di un dilemma tanto disumano quanto insolubile. Il tutto dura meno di novanta minuti, il che offre un certo sollievo allo spettatore.

Michele Anselmi