L’angolo di Michele Anselmi

Sapremo alla fine qual è “la stranezza” che ossessiona Luigi Pirandello, colto nei suoi 53 anni, in un momento creativo di stanca, pure di avvilimento personale, dopo aver portato a teatro “La signora Morli, una e due”. Trovo molto bello il nuovo film di Roberto Andò, scritto insieme a Ugo Chiti e Massimo Gaudioso: si chiama, appunto, “La stranezza”, uscirà nelle sale giovedì 27 ottobre dopo un applaudito passaggio alla Festa del cinema di Roma, produce Angelo Barbagallo con il sostegno di Rai Cinema e Medusa (non era mai successo prima).

A prima vista può sembra un’operina un po’ rétro, per l’uso insistente di una musica birichina e di alcuni elementi dichiaratamente farseschi. Per dire: c’è un matto che durante le prove di uno spettacolino teatrale da filodrammatica mette una virgola dove dovrebbe. “Non ho nessuno, scopo e sono felice” ripete, e tutti ridono, mentre l’autore della pièce drammatica “La trincea del rimorso”, tal Onofrio Principato, gli ricorda spazientito che la battuta va recitata senza pausa, e cioè: “Non ho nessuno scopo e sono felice”. Onofrio fa il becchino per vivere, insieme all’amico e sodale Sebastiano Vella, anch’egli attore in compagnia, ma più dedito a far ridere.

Siamo a Girgenti, cioè Agrigento, nel settembre 1920. Qui è appena arrivato da Roma, dopo un viaggio in treno popolato di strane visioni tra fumi e nebbie, la gloria nazionale Luigi Pirandello. Solo che i due teatranti non lo riconoscono, e d’altro canto il letterato è subito preso da due incombenze: seppellire la vecchia balia appena morta che tanto lo capì da bambino e consegnare a Giovanni Verga, per i suoi 80 anni che non vuole più festeggiare in pubblico, un discorso celebrativo. “Tu hai messo una bomba sotto un edificio che abbiamo costruito: la realtà” sospira il grande scrittore verista; Pirandello risponde: “Ho in mente una stranezza, che sta diventando quasi un’ossessione”. L’Inconscio reclama?

Andò si muove tra cinema, letteratura e teatro, in questi giorni è in scena al Mercadante di Napoli la sua versione di “Ferito a morte” di Raffaele La Capria; non sorprende quindi che il regista siciliano citi, tra le fonti ispiratrici, queste parole del prediletto Leonardo Sciascia: “In Pirandello c’è una specie di invenzione del teatro, egli inventa, cioè nel senso più proprio trova, il teatro nella vita, nell’istintivo impetuoso scorrere di tragedia e commedia”.

“La stranezza” in fondo è questo: una riflessione lieve sull’atto creativo, in bilico tra languore esistenziale e bozzetto siciliano, tra osservazione e scrittura, tra lingua italiano e dialetto verace. Naturalmente avrete capito che l’annoiato Pirandello si fa incuriosire dalle prove di quello spettacolo dilettantesco, spiando da dietro una tenda, certo senza immaginare che il vero dramma avverrà in platea, la sera della prima, con effetti sorprendenti, quasi da “sceneggiata” napoletana.

Un anno dopo, il 9 maggio del 1921, al teatro Valle di Roma debutta “Sei personaggi in cerca d’autore”, anche Onofrio e Sebastiano sono lì, invitati da Pirandello. All’inizio non capiscono che cosa stia succedendo sul palco e in platea, la “quarta parete” invisibile tra attori e pubblico sembra crollata. Non sarà un successo quella sera, gli spettatori grideranno furenti “Manicomio!”, ma i due ospiti siciliani, rimasti chiusi in teatro, hanno di che essere contenti: “Quello che dovevamo fare, l’abbiamo fatto”.

La forza del film, oltre che nella scrittura accurata, sta nella scelta non prevedibile degli interpreti: se Pirandello è incarnato con quieta sofferenza e severa compostezza da Toni Servillo, Salvatore Ficarra e Valentino Picone animano il versante farsesco, popolare, recitando benissimo in dialetto stretto, l’uno nei panni dell’estroso/possessivo Sebastiano, l’altro in quelli del colto/innamorato Onofrio (c’è di mezzo una sorella illibata).

“Il teatro è compromesso” sentiamo dire nel mezzo di “La stranezza”. Non saprei dire se sia vero, ma certo Andò fa soffiare su questo film un palpito gentile, a tratti misterioso, per dirci le vie imperscrutabili dell’invenzione artistica. E ci riesce anche grazie alla prova degli altri interpreti variamente coinvolti nell’impresa, tra i quali Donatella Finocchiaro, Giulia Andò, Galatea Ranzi, Fausto Russo Alesi, Aurora Quattrocchi, Renato Carpentieri e Luigi Lo Cascio.

Questo ultimo, Lo Cascio, fa il Capocomico nella disastrosa prima dei “Sei personaggi!”. Vedendolo in scena m’è tornato in testa un sonetto scritto tanti anni fa dallo scomparso Aggeo Savioli, che fu prestigioso critico teatrale del quotidiano “l’Unità”. Eccolo.

Sei personaggi o sette? Questo è il punto.

E settimo sarà forse il Regista

dietro le quinte, o il Direttore in vista,

che di mestizia il cuore ha già compunto.

Sì che potrebbe anch’egli essere assunto

in quella compagnia dolente e trista,

ma, grazie al cielo, non professionista,

dove ciascuno a ciascuno è congiunto.

Bottega d’arte o famigliola stenta,

col suo copione mal celato in petto,

ad un uomo che più nulla contenta

offre un asilo, un riparo, un ricetto.

Poi un’ombra nera su tutti s’avventa.

No, sette non è numero perfetto.

PS. Consiglio di vedere “La stranezza” al cinema e subito dopo dare uno sguardo al pirandelliano “Leonora addio!” di Paolo Taviani che danno su Sky. Un filo rosso unisce i due film, credo.

Michele Anselmi