“The Beautiful Prince. Un uomo incredibile raccontato dalle sue stesse parole”, in libreria per Arcana, racconta il celebre musicista di Minneapolis attraverso l’analisi approfondita delle interviste rilasciate nel corso dei decenni a quei giornalisti con cui ha sempre avuto un rapporto complesso. Il ponderoso volume (474 pagine) di Maria Letizia Cerica fa luce sull’uomo Prince con puntiglio e passione.

“The Beautiful Prince” può considerarsi il volume più completo mai pubblicato in Italia sull’artista di Minneapolis. Ed è evidente che nasca da una grandissima passione personale. Puoi parlarcene?
Maria Letizia Cerica: Risponderò a questa domanda con una autocitazione. Nel 2020 ho pubblicato il mio primo libro su Prince, intitolato “Prince, Rogers & Me”. All’interno di uno dei capitoli ho raccontato il momento del mio primo vero incontro con lui, quando mi sono trovata, quasi per caso, davanti al video di “Raspberry Beret”, su MTV. Ovviamente conoscevo già i suoi più grandi successi, avevo visto “Purple Rain”, ma quel giorno è successo qualcosa di particolare: un vero e proprio imprinting. È scattato qualcosa dentro di me. Quell’uomo vestito di azzurro+nuvolette è diventato il mio uomo ideale, senza discussioni. Quel ritmo si è impossessato di me. Ho infatti concluso con queste parole quel capitolo del libro: “Le papere hanno avuto Konrad Lorenz da Vienna, io ho avuto Prince Rogers da Minneapolis. Sempre di imprinting si tratta, ma, se permettete, preferisco il mio!” Da quel giorno ho iniziato a seguire la musica di Prince con grande attenzione. Mi sono innamorata del funk, che, oltre ad essere un ritmo coinvolgente, contiene in sé quasi una filosofia di vita, che mi affascina ancora oggi. Ovviamente ho amato ed amo anche tutto il resto, la sua parte rock, quella soul, quella jazz. Amo anche la sua vita, i suoi difetti. Un uomo davvero, magnetico, unico direi.

Pur rientrando nella ben definita categoria dei saggi “in his own words” e tenendo ben presente l’incompiuta biografia “The Beautiful Ones”, il tuo volume ha un’originalissima struttura che riprende le parti costitutive di un pezzo musicale, con i suoi intro, i bridge, auasi volessi restituire la polimorfia dell’offerta musicale di Prince attraverso l’organizzazione redazionale del tuo studio. Cosa ne pensi?
M. L. C.: Questo libro poggia le sue radici all’interno di un blog e di un podcast che ho iniziato a curare nel 2020. Si chiamavano entrambi “Mr.Nelson”, dal titolo di una sua canzone. Dentro questo blog e nel podcast ho provato per la prima volta a raccontare le interviste rilasciate da Prince nel corso della sua carriera. Ho iniziato lì a costruire delle storie, sempre a partire dalle sue parole, lasciando spazio quasi solo alle sue parole. L’intento era quello di far sì che emergesse l’uomo Prince, accanto al grandissimo artista che è stato. Una persona davvero difficile da inquadrare, perché separare la persona reale da quella proiettata continuamente dai media è stato un compito davvero arduo. Ho setacciato i fiumi di parole usciti da lui, unendo a questo le osservazioni che arrivavano dai giornalisti che lo incontravano, dalle persone che lo avevano realmente conosciuto. Ho utilizzato i verbali e gli atti delle indagini svolte dalla polizia dopo la sua morte. È stato molto difficile arrivare ad una quadratura rispetto alla sua figura, ad una sintesi compiuta, semplicemente perché Prince non era una persona quadrata, era sfuggente, spinoso, multiforme. Odiava raccontare di sé e raramente usciva allo scoperto. I motivi di questa chiusura risiedono principalmente nelle ferite che l’esistenza gli aveva inferto fin da piccolissimo, ma anche nella sostanziale sfiducia, nella diffidenza, che nutriva nei confronti dei mass media, tutti, indistintamente. Un aspetto che si è mantenuto costante in decenni di carriera. Man mano che ho accumulato materiale è venuta fuori l’idea di farne un libro. Ad Arcana il mio è sembrato uno spunto interessante e mi hanno suggerito di lavorarci in modo più approfondito. Così è nato “The Beautiful Prince”.

“Music is the power. Love is the message. Truth is the answer” lanciava il film probabilmente più sottovalutato del Prince regista, “Graffiti Bridge”. Possiamo parlare di questo e, in generale, di come l’esperienza cinematografica sia un tutt’uno con quella musicale, ripercorrendo un po’ il percorso di un corpus d’opera troppa sottovalutato?
M. L. C.: Music, Love, Truth, tre pilastri portanti del pensiero di Prince (cui potremmo anche aggiungere God, che, comunque, è pur sempre contenuto all’interno della parola Love). Queste parole sono le vere ossessioni, di Prince, tra l’inizio e la fine dei Novanta, le citava in continuazione nelle interviste – specie Truth. Voleva la verità: quella di essere frainteso era la sua paura più grande. Il Prince dei film è stato forse troppo trascurato. Questo è dipeso, secondo me, da una serie di fattori (ma non sono né un critico musicale né un critico cinematografico). Fatta eccezione per “Purple Rain”, accolto molto bene da critica e pubblico, gli altri due sono stati oggetto di pesanti critiche, se non irrisi e sbeffeggiati, specie dai critici. Il primo, “Under The Cherry Moon”, ha forse risentito anche del pesante clima che si era venuto a creare sul set, in Francia, con la rivalità che era scattata tra la regia e lo stesso Prince, che era intervenuto pesantemente più volte, relativamente ad inquadrature e riprese, fino a provocare la rescissione volontaria del contratto da parte della regista, che aveva rilasciato, subito dopo, dichiarazioni velenose contro lo stesso Prince, che a quel punto si era messo al timone, forse senza avere tutte le competenze necessarie per farlo (il mio è un giudizio personale, però). Nel caso di “Graffiti Bridge”, ho sempre avuto l’impressione che – al di là del suo valore come film – ci sia stato un agguato contro Prince, atteso da tempo, da parte di molti. All’interno di una intervista del 1990 rilasciata a Neal Karlen, Prince sembra essere fiducioso sul fatto che la critica abbia finalmente capito le ragioni del suo film. Mi sono convinta, invece, che molti critici aspettassero quell’occasione per “mettere al suo posto” un artista urticante e decisamente poco disponibile nei loro confronti. Quello che è certo è che Prince ha reagito alle critiche feroci, che hanno demolito questo film, a modo suo: “non mi hanno capito” – ha concluso. Capitolo chiuso. Le musiche di questi film, secondo me (ma non sono un critico musicale) sono quasi tutte bellissime e – come tutta la musica di Prince – risultano in buona parte attuali all’ascolto anche oggi.

Dalle pagine di “The Beautiful Prince” emerge – oltre ad una mole impressionante di informazioni sull’arte del musicista – anche un ritratto intimo notevole, su cui sembra tu voglia porre l’accento in maniera particolare. Cosa pensi possa offrire questo particolare taglio redazionale al lettore?
M. L. C.: Come ho detto sopra, ero e sono ancora alla ricerca dell’uomo. Non del fenomeno da baraccone. Non del “folletto di Minneapolis” (espressione che io detesto), il tipo strano che finiva regolarmente sui tabloid, in virtù delle sue bizzarrie (spesso più inventate che reali). Quel tipo di notizia si trova ancora oggi cercando su Google, ma, a mio parere, è quanto di più lontano possa esistere dalla “persona” Prince. Dalla sua vera personalità. Che è complessa sfaccettata, contraddittoria, ma anche affascinante, molto affascinante. Prince è stato un uomo che aveva sofferto moltissimo in vita sua, per abbandoni e defezioni che lo avevano quasi demolito interiormente. Per via di gravi abusi di cui era stato oggetto da parte di suo padre. Per via delle manipolazioni affettive che aveva subito da parte di una madre folle ed instabile. Eppure, questo bambino, che vediamo saltellare (minuscolo come uno scricciolo) nel frammento video che è stato ritrovato di recente negli archivi di una TV di Minneapolis, ha dimostrato di possedere una determinazione ed una testardaggine che l’hanno reso l’immenso artista che è stato. Credo che una conoscenza diffusa di tutto questo sia anche una forma di giustizia che gli dobbiamo. Da tempo.

La carriera di Prince è un susseguirsi di esplosioni e riavvii, abiure, rinunce, rinascite lungo la strada di una discografia straordinariamente varia. Come riassumeresti i momenti salienti della sua parabola artistica?
M. L. C.: Anche in questo aspetto non riesco ad essere oggettiva. Le sue “fasi” sono state tante e spesso davvero diverse tra loro. È partito come iconoclasta, per finire come predicatore, pentito, rispetto agli eccessi degli inizi. Il collante tra tutte queste sue fasi – non dimentichiamolo mai – è stato Dio, l’unico punto davvero fermo della sua vita, anche nei momenti in cui cantava brani come “Darling Nikki”. Prince aveva una fede incrollabile in Dio e, da questo punto di vista, non si è mai contraddetto. Amo tutte le sue fasi, amo le sue tante e, a volte strane, trasformazioni. Mi piace in particolare tutta la parte della sua carriera che va da “Around The World In A Day” fino a “Lovesexy”, ma non esiste un album specifico che non abbia, secondo me, elementi positivi al suo interno. Un giornalista e critico, Robert Crampton, ha scritto che anche la musica peggiore di Prince risulta quasi sempre migliore della musica migliore di qualsiasi altro artista. Forse esagerava, ma io concordo con lui.