L’angolo di Michele Anselmi

A me sta molto simpatico Russell Crowe, oggi 58 anni, neozelandese, non australiano come molti pensano. Anche perché se ne frega di tutto, specie della linea. Polo scura, barbone bianco e calzoncini corti, l’ex generale Massimo Decimo Meridio lo scorso luglio si mimetizzò alla perfezione tra i turisti della Capitale, era qui per girare “The Pope’s Exorcist” nei panni di padre Amorth, facendo selfie di famiglia davanti al Colosseo, “il mio vecchio ufficio” scherzò, e urlando “Forza Lazio” in un video chiesto da un ammiratore.
Domani, giovedì 24 novembre, esce nelle sale distribuito da Vertice360 il suo secondo film da regista e sceneggiatore, dopo “The Water Diviner” del 2014: si chiama “Poker Face” come la canzone di Lady Gaga, ha avuto un’anteprima alla Festa di Roma (ramo “Alice nella città”) e ora si sottopone al giudizio del pubblico pagante. Piacerà? Non saprei dire. Il poker è solo uno spunto; mi pare di poter dire però che il film, accolto maluccio dai critici, bluffa ma non bara, ed è già molto.
Siamo a Sydney dove vive il facoltoso Jack Foley, appunto Crowe. Giocatore d’azzardo sin dall’adolescenza (c’è un incipit-flashback tendente all’arancione un po’ in stile “Stand By Me”), il 57enne ha costruito un impero economico trasformando un software pensato per il gioco online in un sistema di sicurezza utile ai governi. L’uomo gira in Rolls-Royce, possiede una casa favolosa con panorama su tutta la baia, ha una bella figlia adolescente avuta dalla moglie morta e una nuova, avvenente, fidanzata esperta in autodifesa.
Dovrebbe essere felice. Invece qualcosa lo turba. Al museo fissa come ipnotizzato un quadro, forse di Monet, che raffigura acque di mare ribollenti, da onde che si frangono l’una contro l’altra; e intanto lo vediamo inoltrarsi nella foresta per discutere di vita e di morte con un santone dalla lunga barba bianca da cui riceva una misteriosa pozione velenosa.
Che sta succedendo a Jack Foley e perché, subito dopo, riunisce in un’altra villa da sballo, piena di capolavori dell’arte, incluso un Cezanne da 200 milioni di dollari, i quattro amici di un tempo, chi diventato potente ministro e chi a un passo dal suicidio, per giocare quella che sembra un’ultima partita di poker?
Il film, 94 minuti in tutto, sembra articolato in tre movimenti, e certo sbanda parecchio, pure spiazza. C’è la meditazione sull’esistenza in bilico, c’è una specie di resa dei conti all’insegna della sincerità, c’è un elemento d’azione legato all’arrivo nottetempo di tre malviventi armati che mirano a quei quadri. “Alcune persone si sentono più sicure sapendo di poter condizionare gli eventi” sentiamo dire a un certo punto, mentre cominciamo a non capire che poker stia giocando il protagonista.
La voce di Luca Ward sta bene addosso a Russell Crowe, anche se a sentirlo pare in inglese, con quel suo accento, è un’altra cosa. Si vede che l’attore s’è cucito addosso il personaggio del “gambler” milionario e malinconico, forse mettendovi qualcosa di sé, sicuro di esercitare anche un notevole carisma quando la cinepresa insiste sul suo volto inconfondibile, appunto la faccia evocata dal titolo.

Michele Anselmi