Le ore a disposizione per salvare Aldo Moro stanno per scadere. La Democrazia Cristiana ha sposato irrimediabilmente la linea della fermezza e anche gli ultimi tentativi di mediazione con le Brigate Rosse si stanno arenando in un nulla di fatto. La seconda parte dell’epopea sul rapimento del leader responsabile del compromesso storico, scritta e girata da Marco Bellocchio, prende il via da dove si è chiuso il film precedente: la pellicola procede in sostanziale continuità con la narrazione dei tre capitoli del primo lungometraggio. La scansione in due parti, quindi, è sostanzialmente un espediente per permettere di fruire l’opera anche al cinema.
Il film si apre con un capitolo che ricorda le atmosfere di “Buongiorno, Notte”, anche se Bellocchio decide di raccontare il microcosmo delle Brigate Rosse dagli occhi dei suoi vertici politici, più specificatamente quelli di Adriana Faranda. I toni della pellicola si fanno sempre più cupi col proseguire dei drammatici giorni della prigionia di Moro, Il buio sta avendo la meglio sulla luce, i terroristi stanno tenendo in scacco la Repubblica. Il leader democristiano, fino al capitolo conclusivo, nonostante sia ancora in vita, è un fantasma che infesta i sogni dei leader politici che avrebbero dovuto salvarlo. Ma non solo: iconica la scena in cui il prigioniero appare durante la notte alla brigatista Faranda in un orrorifico presagio di morte. L’efficace colonna sonora dal sapore jazz composta da Fabio Massimo Capogrosso vira verso sonorità più scure, notturne e cupe, sfaldando le armonie di vibrafono in favore di dissonanti droni distorti che fanno da contrappunto all’ atmosfera ansiogena in cui sprofonda la Repubblica Italiana. Le musiche del compositore sono un ottimo commento sonoro per le scene che più si avvicinano ad incubi collettivi: basti pensare l’inquietante sequenza a rallentatore in cui Bellocchio utilizza filmati di repertorio dei sommozzatori che cercano il presunto cadavere di Moro in un lago ghiacciato mentre, in sottofondo, rombano partiture di rumore bianco. Il capitolo dedicato alle Brigate Rosse permette a Bellocchio anche di giocare con alcuni salti temporali in cui osserviamo eventi già narrati da inedite prospettive, come il rapimento di Moro dal punto di vista degli assalitori. L’episodio seguente approfondisce il personaggio di Eleonora Moro, intrepretata da una convincente Margherita Buy, e le dinamiche interne alla famiglia del leader politico, mentre il sesto e ultimo snodo della narrazione si concentra sulle drammatiche ultime ore di vita del prigioniero. Colpisce la potenza della commovente scena in cui Moro si confessa per l’ultima volta con un parroco dentro il covo delle BR, spaventato di fronte all’ormai incombente tragica fine e adirato nei confronti di alcuni suoi compagni di partito, Andreotti su tutti. Il drammatico finale si ricollega alla prima scena del lungometraggio, citando lo stesso espediente narrativo dell’epilogo di “Buongiorno, Notte”. La speranza ormai ha lasciato lo spazio allo sgomento, l’utopia al triste realismo. L’ombra del bagagliaio della Renault 4 in Via Caetani oscura il fascio di luce accecante che Moro spera di riuscire a vedere in paradiso.
Nonostante, forse, manchi un vero e proprio capitolo dedicato ad uno dei principali responsabili della triste fine di Aldo Moro, Giulio Andreotti, il film, assieme alla parte prima, è riuscito a ricostruire la complessità dello scenario sociopolitico degli anni di piombo con una potenza visiva e narrativa veramente degna di nota, complice la grande esperienza di un veterano come Bellocchio. Una qualità altissima per un prodotto seriale che andrà in onda in autunno sull’emittente di servizio pubblico.

Gioele Barsotti