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“Fauda” 3 non delude. Toni sempre più pessimisti, la maledizione di Doton

L’angolo di Michele Anselmi 

Temevo che la terza stagione di “Fauda”, sempre proposta da Netflix, non sarebbe stata all’altezza delle prime due. Mi sbagliavo. Di nuovo diretta dal regista Rotem Shamir, subentrato già nel secondo capitolo, la serie tv israeliana non delude con questi nuovi 12 episodi. Anzi ho la sensazione che gli autori, tra i quali l’ideatore, sceneggiatore e protagonista Lior Raz, abbiano compiuto uno sforzo di scrittura ulteriore per tenere insieme annotazioni psicologiche, dinamiche d’azione e sguardi sui due mondi nemici. Naturalmente c’è sempre un nemico da eliminare, anche se qui tutto si complica, in un intrico di eventi che induce al pessimismo, perché vincere una battaglia “da eroi” si porta dietro comunque lutti, sconfitte, batoste morali, smacchi sentimentali ed esistenziali, un senso di impotenza e maledizione.
Solo un cenno all’innesco della vicenda per chi dovesse ancora vedere. Ritroviamo l’agente israeliano Doron, già pesantemente colpito negli affetti familiari e pure nell’amore, infiltrato nella comunità palestinese con il nome di Abu Fadi. È lui ad allenare un giovane pugile di talento, tal Bashar, figlio di un ex capo di Hamas appena uscito di prigione dopo aver scontato vent’anni. Il vecchio, considerato un simbolo, vorrebbe solo tornare a vivere, a lavorare, a riabbracciare la moglie e i due figli. Ma le cose andranno diversamente, specie dopo che due giovani israeliani in campeggio vengono rapiti per favorire uno scambio di prigionieri.
Spira un’aria da “missione impossibile”, ma non alla maniera di Tom Cruise, in questa terza stagione, come sempre punteggiata di colpa di scena e rilanci esplosivi, fattori umani e vendette personali, specie nell’epilogo a Gaza; ma anche precisa, si direbbe, nel descrivere lo stato dei rapporti tra israeliani e palestinesi, quella separazione fisica che non esclude collaborazioni inattese, il tutto dentro uno sguardo non peregrino sulle “logiche” infernali che guidano azioni e ritorsioni. Il punto di vista ebraico, insomma, non impedisce a “Fauda” di descrivere con una certa onestà la rabbia araba, e il mantenimento delle due lingue (nel doppiaggio l’ebraico diventa italiano) contribuisce alla verosimiglianza del tutto. A questo link, per chi fosse interessato, quanto scrissi sulla serie israeliana il 5 aprile scorso.

Michele Anselmi

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