Il caso Fedez-Rai potrebbe essere un fuoco di paglia del momento o un argomento che verrà strumentalizzato per molto tempo, questo non si può ancora dire. Ci si può però interrogare su cosa rappresenti al livello del sistema dei media questo scontro. Influencer social contro televisione, uomo-azienda privata contro servizio pubblico. L’imbarazzo della dirigenza Rai e degli organizzatori dell’evento nella telefonata integrale di 11 minuti è palpabile, così come la difficoltà di spiegare 70 anni di discorso sul ruolo del servizio pubblico ad un colosso della comunicazione social da 12.4 milioni di followers su instagram che risponde urlando ad ogni tentativo di dialogo.

Il discorso sul significato del servizio pubblico, che va avanti dal secondo dopoguerra, ad una generazione nata e cresciuta sul web, youtube e poi sui social, credo suoni terribilmente anacronistico e antiquato. Eppure la Rai nel panorama mediatico italiano presenta delle eccezionalità, a volte contraddittorie o interpretate in maniera discutibile, ma che sono frutto di un dialogo complesso e interdisciplinare. Uno dei modi in cui da sempre in Italia si è interpretato il ruolo del servizio pubblico è infatti quello di garantire a tutte le parti politiche parità di esposizione mediatica. Si parla di pluralismo politico. Nel contratto di servizio Rai firmato nel 2018 e attualmente in vigore fino al 2022 si scrive infatti nell’articolo 6 dedicato all’informazione che:

1. La Rai è tenuta ad improntare la propria offerta informativa ai canoni dell’equilibrio, pluralismo, completezza, obiettività, imparzialità, indipendenza e apertura alle diverse formazioni politiche e sociali […].
2. La Rai assicura nella programmazione il pluralismo, al fine di soddisfare il diritto del cittadino a una corretta informazione e alla formazione di una propria opinione.
Al fine di assicurare questo la Rai si impegna quindi a:
– la presentazione veritiera dei fatti e degli avvenimenti inquadrandoli nel loro contesto, nonché l’obiettività e l’imparzialità dei dati forniti, in modo da offrire informazioni idonee a favorire la libera formazione delle opinioni non condizionata da stereotipi;
– lo sviluppo del senso critico, civile ed etico nella collettività nazionale;
– l’accesso di tutti i soggetti politici alle trasmissioni di informazione e propaganda elettorale e politica in condizioni di parità di trattamento e di imparzialità, nelle forme e secondo le modalità indicate dalla legge.

Ci sono altri punti in questa sezione ma questi sono i fondamentali per interpretare il caso in questione. Garantire il pluralismo attraverso la corretta presentazione dei contesti, quei contesti che nella telefonata citava Massimo Cinque e che secondo Fedez non contano di fronte al contenuto obiettivamente disdicevole delle citazioni riprese da alcuni membri della Lega, ma soprattutto l’accesso di tutti i soggetti politici alle trasmissioni di informazione e propaganda in condizioni di parità di trattamento. Il concerto del primo maggio si potrebbe dire che non è inscrivibile forse nella categoria di “trasmissioni di informazione e propaganda elettorale e politica”, ma quello di Fedez dal momento in cui cita esplicitamente la Lega e il sostegno al ddl Zan diventa evidentemente un attacco politico alla controparte senza possibilità di contraddittorio, e quindi problematico rispetto al contratto di servizio Rai. Se infatti Fedez avesse fatto un discorso universale contro l’omotransfobia la Rai non avrebbe avuto sicuramente problemi dato che nell’articolo 2 riguardante i principi generali il contratto di servizio evidenzia il suo impegno nel “veicolare informazioni volte a formare una cultura della legalità, del rispetto della diversità di genere e di orientamento sessuale, nonché di promozione e valorizzazione della famiglia, delle pari opportunità, del rispetto della persona, della convivenza civile, del contrasto ad ogni forma di violenza”.

Il problema sorge dunque quando Fedez fa “nomi e cognomi”, come viene detto nella telefonata da Massimo Cinque, perché in quel modo esplicitando l’attacco alla Lega il discorso da un discorso universale sui diritti delle minoranze e contro l’omotransfobia si trasforma in un attacco politico diretto contro un avversario politico senza possibilità di contraddittorio, ovvero il “sistema” che Massimo Cinque definisce “quello corretto”. Secondo Fedez non si tratterebbe invece di un attacco politico in quanto ha solamente citato delle dichiarazioni pubbliche da parte di alcuni membri della Lega, ma il fatto che a subire l’attacco sia esplicitamente un singolo partito rende la cosa difficile da sostenere per la Rai. Ad esempio, rimanendo nel mondo dell’intrattenimento, per difendere il principio del pluralismo politico ed evitare critiche, Crozza a Sanremo nel 2013 (che è stato comunque fischiato per aver portato la politica a Sanremo) si era presentato imitando Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Antonio Ingroia e Beppe Grillo, facendo satira non contro un solo partito ma contro tutti allo stesso modo.

Qual è quindi il confine tra censura e linea editoriale? Fedez in quanto artista e cittadino italiano ha ovviamente il diritto di procedere con il suo discorso, come sottolinea la vicedirettrice di Rai 3 Ilaria Capitani che nonostante ritenga il contesto inopportuno esplicita subito che non ci sarà nessun tentativo di censura da parte della Rai. Infatti limitazioni a Fedez non ne sono state imposte in nessun modo (a differenza del precedente del 1991 di Elio e Le Storie Tese in cui la Rai ha interrotto le trasmissioni per dare la parola a un impreparato e imbarazzato Vincenzo Mollica). A intervenire nella chiamata poi non c’era solo la Rai ma anche Massimo Bonelli, direttore artistico dell’evento, che oltre a rispondere alla Rai in quanto broadcaster dell’evento, deve gestire i rapporti con diversi stakeholders, tra cui gli sponsor cgil, cisl e uil, i tre principali sindacati che difendono i diritti dei lavoratori italiani. Ilaria Capitani infatti sottolinea che preferirebbe evitare che il tema della serata diventasse quello del ddl Zan e l’attacco alla Lega piuttosto del tema del lavoro, in un anno in cui così tanti hanno attraversato difficoltà e in cui c’è tanto bisogno di parlarne. Ed effettivamente, nonostante il discorso di Fedez contenga anche una parte sul lavoro, non si può dire avesse torto visto che i giorni successivi di lavoro si è parlato ben poco e il tema del ddl Zan e le accuse di censura alla Rai hanno totalmente tolto la scena al tema principale della serata, creando forti divisioni nel dibattito pubblico. Un altro tema fondamentale sancito dal contratto di servizio oltre a quello del pluralismo (o meglio dei pluralismi) è quello della coesione sociale, l’obiettivo appunto di “raggiungere i diversi pubblici attraverso una varietà della programmazione complessiva, con particolare attenzione alle offerte che favoriscano la coesione sociale”. Sull’onda dell’ultima edizione di Sanremo che aveva questo come tema centrale, il concerto del primo maggio voleva essere un evento in grado di unire e parlare tutti assieme a sostegno del lavoro indipendentemente dalle parti politiche, per poi invece trasformarsi in un discorso su qualcos’altro.

Viene quindi da chiedersi, ribadendo la libertà di Fedez come artista, se gli organizzatori del concerto e chi ne ha i diritti di trasmissione non abbiano quindi nessuna voce in capitolo rispetto i contenuti. Quando infatti gli viene detto che il suo intervento non è editorialmente opportuno Fedez risponde “editorialmente? io sono un artista, io salgo sul palco e dico quello che voglio e mi assumo le responsabilità di ciò che dico”. La Rai però non è la sua pagina instagram personale e ci sono delle regole che Fedez in quanto artista può ignorare, ma per gli imbarazzati dirigenti della Rai, che devono sottostare a dei principi e a dei valori esplicitamente scritti nel contratto di servizio, non è così.

“Mi avete chiamato sul palco del primo maggio e mi state chiedendo di modificare le modalità in cui vorrei esprimermi?”
“Noi ti abbiamo chiamato a cantare in realtà, Fede”.

Indipendentemente dai contenuti del discorso, quella di Fedez è stata una prova di forza in cui ha dimostrato lo smisurato potere di costruzione del consenso che offre la sua visibilità pubblica rispetto ai “vecchi” mezzi della comunicazione tradizionale, che presentano un sistema che ormai sembra antiquato. La domanda da porsi è se la Rai dati i principi espressi nel contratto di servizio avesse potuto comportarsi diversamente. Anche perché a trattare con Fedez nella telefonata sono i dirigenti Rai scelti dal governo Conte I e Rai 3 è storicamente la rete assegnata alla sinistra italiana, quindi parliamo di Movimento 5 Stelle e PD, i due partiti che hanno votato a favore della calendarizzazione della legge Zan. La politica ha presto cercato di strumentalizzare la situazione riportando il tema di una riforma della Rai per renderla più indipendente, argomento di cui si parla ciclicamente dalla riforma del 1975 e che una volta al governo tutti sembrano dimenticare. Mi chiedo però se una Rai più indipendente dalla politica sarebbe una Rai in cui il principio del pluralismo politico venisse interpretato in un modo diverso, o se anche in quel caso l’attacco diretto alla Lega da parte di Fedez senza contraddittorio avrebbe avuto queste problematiche intrinseche.

Mario Monopoli