La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor /11

Lesti a togliere la loro firma dalla sceneggiatura di “La città dei vivi” di Edoardo Gabbriellini, i fratelli D’Innocenzo paiono invece soddisfatti del film che Roberto De Paolis Maino ha tratto da una loro storia, mettendoci qualcosa di suo: “Serpenti”, stamattina passato per il pubblico nella sezione Spotlight e dal 10 settembre nelle sale con Europictures e Be Water.
Il regista del pregevole “Princess”, qui al Lido nel 2022, sembra estrarre il meglio da questa vicenda dai tratti più metafisici che grotteschi, direi kafkiani se l’aggettivo non suonasse usurato, forse con qualche strizzatina d’occhio alla pittura di Bacon e Lucian Freud.
“Ho ucciso mia moglie, non so perché l’ho fatto” scandisce il barbuto Paolo Marra alla cinepresa che lentamente s’avvicina a lui lungo un corridoio. Il suo è tecnicamente un “femminicidio”, quindi da punire con particolare severità per la sua natura odiosa; infatti l’uomo vuole essere arrestato per ciò che ha fatto, finire in carcere il prima possibile, scontare la sua pena. E qui s’innesta l’elemento paradossale. Marra si presenta di prima mattina in un grosso Commissariato, ma nessuno in realtà lo prende sul serio. Per quanto lo voglia, non riesce a farsi ammanettare.
Il poliziotto vanitoso e scemotto vuole solo le chiavi di casa prima di spedire una pattuglia a controllare se il fattaccio è avvenuto davvero; un furbastro avvocaticchio d’ufficio psicoanalizza in un bar Marra e pensa già a come fargli avere i domiciliari; una misteriosa cartomante gli legge le carte invitandolo a commettere un nuovo omicidio per cancellare il precedente. Disperato, l’assassino sale su un autobus, senza immaginare che lo Stato, così restio a credergli, sa essere implacabile su fronti ben più veniali.
Diviso in quattro “quadri” di impianto teatrale ma non statici, “Serpenti” bene sintetizza quanto scrive De Paolis nelle note di regia: «La storia del protagonista è la nitida fotografia del modo in cui tanti uomini, nella tradizione culturale del nostro “vecchio mondo”, sono trattati dopo aver ucciso o maltrattato delle donne: come se non avessero fatto niente». Il tono generale è da commedia macabra, a tratti buffa, anche se non viene affatto nascosta la gravità del gesto compiuto da questo «assassino malinconico e redento che gradualmente si trasforma in un uomo disilluso e rabbioso» (parole del regista).
Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Piero Castellitto e Valeria Golino sono rispettivamente il femminicida, il poliziotto, il leguleio e la cartomante, bravi nei tempi e ben serviti da un testo fitto di battute, bizzarrie, stranezze, tra primissimi piani e note musicali deformate (merita una menzione anche Alessandra Ferrara, il controllore del bus).
La citazione di Ennio Flaiano in esergo – «La situazione politica è grave ma non seria» – suona invece del tutto pleonastica.

Michele Anselmi