Diversa, innovativa, originale; già ad un primo sguardo la dark comedy “Fleabag” promette tanto. L’impressione iniziale è quella di essersi finalmente imbattuti in qualcosa di nuovo: dalla fotografia ai dialoghi, dalla trama all’interpretazione, tutto convince in questa serie breve – conta due stagioni per dodici episodi – e tanto intensa.

Fleabag è il nome della protagonista, tradotto letteralmente in “sacco di pulci”, rimando all’antieroina per eccellenza. Perché Fleabag è tutto tranne che perfetta: compie un errore dietro l’altro, sa dire la frase sbagliata al momento sbagliato ed è decisamente un’impulsiva. Ironica, spregiudicata, cinica, non è neppure una normale femminista: scambierebbe cinque anni della sua vita per avere un corpo più bello senza pensarci due volte. Questa donna alla ricerca di sé stessa, nonostante tutto, riesce ugualmente a conquistare il cuore degli spettatori nel susseguirsi degli episodi, perché si presenta per quella che è, rivelandoci a poco a poco la sua grande dolcezza, le sue debolezze, la sua infinita voglia di amare. Ci sentiamo, ad un certo punto della serie, irrimediabilmente connessi con la protagonista in qualcosa di molto intimo.

La grande empatia che proviamo nei confronti del personaggio è sicuramente frutto di un’ottima interpretazione da parte di Phoebe Waller Bridge, ma tanto dobbiamo anche al suo genio creativo, dato che quest’ultima è anche l’autrice della storia. “Fleabag” nasce infatti come monologo teatrale e, quando lo scopriamo, la cosa non sembra sorprenderci perché è come se avessimo sempre avuto l’impressione che quello che abbiamo visto fosse reale. La naturalezza e il realismo di questo mondo diventano una finestra di accesso per lo spettatore, ormai immerso nell’atmosfera tutta particolare che pervade la serie. L’humour inglese si mescola così a scene di vita stravaganti, non senza una riflessione profonda e sincera.

Ad incrementare il coinvolgimento la scelta di utilizzare la tecnica del camera-look. La protagonista infatti si riferisce spesso direttamente allo spettatore, volgendo lo sguardo in camera e commentando con lui ciò che le accade, senza mai interrompere la scena. Questo trova la complicità dello spettatore da un lato e contribuisce alla rottura degli schemi dall’altro, schemi già fortemente compromessi dall’unicità delle vicende e dei personaggi. Con la quarta parete ormai abbattuta, “Fleabag” è la dimostrazione di una riuscitissima ibridazione fra cinema e teatro, ma anche una vicenda toccante e profonda che vale la pena scoprire. È in streaming su Amazon Prime.

Chiara Fedeli