La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor | 8

Michelangelo Frammartino, classe 1968, milanese di origini calabresi, gode di meritato prestigio tra i cinefili. Il suo è un cinema fatto di silenzi più che di parole, di paesaggi più che di volti, di immagini più che di drammaturgia. Non faceva film da undici anni, dai tempi di “Le quattro volte”; eccolo quindi in concorso alla Mostra veneziana con “Il buco”: titolo piuttosto abusato (tra i tanti c’è un horror spagnolo del 2019 su Netflix), anche se qui la parolina si spiega. Il buco in questione si riferisce al cosiddetto “abisso del Bifurto”, uno stretto “inghiottitoio” di origine carsica che scende in verticale per 683 metri, dalle parti del Pollino, in Calabria. Occupa il quarantesimo posto nella graduatoria delle grotte più profonde del mondo, fu “visitato” la prima volta nell’agosto del 1961 da un gruppo di speleologi torinesi. Il film di Frammartino ricostruisce quell’impresa, partendo da un’intuizione cara al regista: “Mi colpisce la coincidenza che speleologia, cinema e psicoanalisi abbiano il loro battesimo nella stessa data, il 1895”.

Ricostruisce si fa per dire, perché in realtà “Il buco” sembra prendere solo spunto da quell’esplorazione per parlare d’altro, soprattutto dei due volti, a prima vista quasi inconciliabili, di un’Italia colta nel massimo periodo del boom. Non a caso si parte con un servizio giornalistico di Giulio Macchi sul grattacielo Pirelli di Milano, un inno alla costruzione verticale, alla potenza della tecnica, alla forza del progresso; e subito dopo siamo proiettati in un paesino calabrese di montagna, dove i pochi abitanti guardano come mesmerizzati lo schermo di un televisore in bianco e nero nel quale le gemelle Kessler cantano “Twist e Champagne”. Da quelle parti, sotto lo sguardo impassibile di un vecchio pastore che emette strani suoni pascolando le mucche, arrivano con un camion militare gli speleologi del nord. Creano un campo a un passo dalla grande fenditura che porta chissà dove e cominciano a scendere, scendere, scendere…

Non si può dire che “Il buco” sia un film avvincente. Frammartino lascia spesso fuori campo la discesa nel buio degli esploratori, quasi non ci fa vedere i loro volti o ascoltare le loro voci, li filma da lontano mentre giocano a pallone, canticchiano “Lo spazzacamino” o disegnano i contorni della grotta; molto insiste invece sui primi piani del pastore che scruta dall’alto, il viso cotto dal sole, la giacca di velluto liso, lo sguardo di chi non s’è mai mosso da lì e forse sente arrivare la morte.

Tutto molto suggestivo, a suo modo allegorico: il grattacielo milanese, il crepaccio calabrese, quella dozzina di “intrusi” risucchiati dal buco, i calabresi indifferenti… Naturalmente la fotografia di Renato Berta è magnifica, tutto è riprodotto con cura minuziosa, il sonoro evoca rumori ancestrali, l’assenza di musica è funzionale allo stile. Ma confesso di aver guardato spesso l’orologio, nonostante il film duri solo 93 minuti, non capendo bene che storia Frammartino volesse raccontare e perché raccontarla così. Uscirà con Lucky Red.

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“Mi stanno sul cazzo tutti” sibila Nadia, la quasi diciassettenne protagonista di “La ragazza ha volato”, il film di Wilma Labate nella sezione Orizzonti Extra. Incuriosisce che la sceneggiatura sia firmata dai fratelli D’Innocenzo, in concorso alla Mostra con “America Latina”, anche la regista ci ha messo del suo nel riprenderla in mano. “Questa storia mi ha fulminato perché racconta un’adolescente nel clima dell’inerzia che tanto pervade oggi le nostre vite” scrive Labate. Purtroppo risulta un po’ inerte anche il film.

Nadia è bella e musona, frequenta l’Istituto alberghiero, ha una famiglia dove non ci si parla, sembra murata viva in una scontrosa femminilità che pure attrae gli uomini. Infatti un coetaneo la corteggia nel modo giusto regalandole un ghiacciolo, salvo poi rivelarsi minaccioso e brutale, deciso a stuprarla senza tanti complimenti. Lei, come paralizzata, non reagisce, ma dopo niente sarà come prima. La sequenza dura venti minuti, affinché lo spettatore viva sulla propria pelle un mix di imbarazzo e sofferenza.

Siamo in una Trieste livida e spenta, non convenzionale, una specie di terra di confine dove le bellezze dell’illustre passato convivono con le insicurezze del mediocre presente. Qui Nadia si muove senza attendersi nulla, quasi rassegnata, e forse si spiega così il suo silenzio enigmatico, quel suo rinunciare a battersi. Anche se, forse, da quell’atto feroce, simile a quanto accade alla giovane mamma di “Madres paralelas”, nascerà qualcosa di buono che riporterà una specie di sorriso sul volto della ragazza. Non così succedeva alla Mouchette di Robert Bresson, a tratti evocata.

Introdotto da un elaborato piano sequenza, “La ragazza ha volato” è costruito in buona misura sul viso e il corpo di Nadia, che l’attrice torinese Alma Noce incarna assecondando lo stile scelto da Labate: dialoghi smozzicati, molti trasalimenti, il cinismo o peggio dei maschi di ogni età. Di sicuro Nadia resta un mistero, un po’ come la francese Lise di “La ragazza con il braccialetto”.

Michele Anselmi