Torna in libreria per Arcana il fondamentale “Franco Battiato per sempre” di Fabio Zuffanti, che ripercorre con attenzione e profondità di analisi critica tutti i dischi e le canzoni del musicista siciliano. Abbiamo avuto modo di incontrare Fabio Zuffanti, critico e a sua volta musicista.

Tra la sperimentazione iniziale, il successo degli anni Ottanta, il concerto di Baghdad, “Gommalacca” o la trilogia dei “Fleurs”, qual è il centro di gravità di Battiato? Esiste un momento che è il baricentro di tutta la sua ricerca?
Fabio Zuffanti: Domanda difficile, perché con Battiato il baricentro è in continuo movimento, a seconda di quelli che sono stati i momenti della sua sperimentazione. Anche se infatti tale termine è usato soprattutto per definire i dischi anni ’70, io credo che tutta la sua carriera musicale sia stata una perenne sperimentazione: su musiche, testi, stili, spesso anche semplici modi di proporsi al pubblico (look, ecc.). Se in tutto questo marasma di stimoli dovessi però cercare il “centro di gravità” direi che questo è rappresentato da “La voce del Padrone”, se infatti si va al di là dell’apparenza di un disco di successo contenente una serie di canzoni orecchiabili ci accorgeremo che lì dentro c’è tutta la voglia di muoversi a 360 gradi all’interno della musica, dei testi, del costume, della filosofia, della spiritualità e molto altro. Il materiale è così ampio che ho dovuto addirittura scrivere un libro intero per cercare di sviscerarlo tutto (“Segnali di Vita – La biografia de La Voce del Padrone di Franco Battiato”, edito da Baldini+Castoldi nel 2021).

Quale dei collaboratori di Battiato ha lasciato di più il segno nel suo percorso tra Messina, Pischetola, Camisasca, Sgalambro o Giusto Pio?
F.Z.:
Credo che ognuno di questi, a seconda del baricentro di cui si parlava prima, sia stato essenziale per la vita artistica di Battiato. Messina e Camisasca sono stati quelli con i quali Franco ha condiviso un raggio più ampio durate la sua carriera: il primo si è occupato di visualizzare a livello grafico la sua musica in gran parte delle copertine che lo riguardano, al secondo invece lo legava una grande amicizia e intesa spirituale. Con gli altri che citi Battiato ha percorso pezzi di vita: Pio è stato fondamentale, durante il passaggio al pop per concepire arrangiamenti che fossero leggeri e nobili allo stesso tempo, Sgalambro gli ha aperto nuovi mondi letterari e filosofici e Pischetola lo ha aiutato a ottenere il miglior suono possibile per i suoi dischi e concerti. Come una calamita Franco ha assorbito tutto e ha restituito a noi ascoltatori la grandezza del suo operato.

La leggerezza, l’ironia e la saggezza che ha dimostrato dopo il 1999 hanno rappresentato una conquista della maturità, di contro una iniziale seriosità, oppure la sua indole è sempre stata quella?
F.Z.: Tutti quelli che lo hanno conosciuto, me compreso, possono testimoniare che la presunta seriosità di Battiato è stata solo una facciata. Un musicista mi ha raccontato che Franco una volta gli disse che se in Italia non mostri il tuo lato più serio non vai da nessuna parte. In realtà Battiato era una persona divertente e spiritosa, amava scherzare e faceva spesso sbellicare dalle risate i suoi ospiti in quella che era una sua passione: raccontare barzellette. Poi chiaramente era una persona di rara profondità, era curioso, attento, sensibile, generoso, carismatico ai massimi livelli. Insomma si può dire che racchiudesse il meglio delle prerogative umane.

L’incursione nell’opera di “Genesi” e “Gilgamesh” o nella classica di “Messa arcaica” può considerarsi in parte fallimentare, come vorrebbe certa critica paludata, oppure rappresenta una tappa del processo di crescita che ha dato frutti enormi, ma forse altrove?
F.Z.: Dal mio punto di vista è tutt’altro che fallimentare. Forse qualche critico del settore non avrà apprezzato ma per me, che conosco bene il percorso di Franco, sentirlo misurarsi con quel tipo di linguaggio è stato bellissimo. Queste opere inoltre non possono dirsi di musica classica “pura” ma contengono tutto lo studio del Nostro all’interno dei generi e delle culture. La più “tradizionale” “Messa Arcaica” trasmette invece una purezza musicale e spirituale che ha dell’incredibile, è un vero balsamo per l’anima.

Dalla comparsata in “Baba Yaga”, passando per la regia dei suoi stessi video musicali, per arrivare ai tre film di finzione e agli altrettanti documentari, il racconto per immagini ha avuto grande importanza nel percorso di Battiato. Cosa ne pensi?
F.Z.: Battiato ha realizzato ottimi documentari come “Attraversando il Bardo”, di grande spessore e utilità per coloro che vogliano approfondire certe tematiche. I film propriamente detti però li trovo riusciti solo in parte, anche se in alcuni punti trasmettono scorci di bellezza folgorante altrove forse sono un po’ ingenui, con una seriosità che non era del Nostro. Si avverte che forse Franco avrebbe avuto bisogno di crescere ancora in quel campo, se ne avesse avuto la possibilità sono certo che avrebbe potuto superare le incertezze e avrebbe realizzato opere riuscite al 100%. Quella che a mio avviso è la migliore disamina sui film di Battiato la si può trovare proprio all’interno del mio “Franco Battiato per sempre”, nell’appendice curata dal cantautore Fabio Cinti.

“Franco Battiato per sempre” è stato ristampato dopo il passaggio nel transito terrestre di Franco. Come hai lavorato prima e dopo al testo pubblicato per Arcana?
F.Z.: “Franco Battiato per sempre” è la ristampa di “Franco Battiato: tutti i dischi e tutte le canzoni, dal 1965 al 2019”, pubblicato da Arcana nel 2020. Essendosi mosso molto bene la casa editrice ha deciso di ristamparlo quest’anno, con grande piacere da parte mia, anche perché a livello grafico questa edizione è assai più lussuosa della precedente. A livello di contenuti però è rimasto invariato, ho solo aggiunto un sentito commiato scritto il giorno stesso in cui Battiato è venuto a mancare. Mi sembrava doveroso.