Nell’ottobre del 1987, Los Angeles, il fotografo Sergio Michelangelo Albonico viene ingaggiato per documentare le prove e le prime date di “Broadway The Hard Way”, il nuovo tour di Frank Zappa per cui il grande musicista assembla una band di dodici elementi scelti fra i migliori in circolazione negli Stati Uniti. “Frank Zappa. Il padrino del rock” (Arcana, 2022), di Sergio Michelangelo Albonico & Stefano Milioni, racconta il dietro le quinte del tour che sarebbe stato l’ultimo tour di Zappa prima della sua scomparsa nel 1993. Fa da cornice alla storia la Los Angeles e la Hollywood di quegli anni con gli incontri sorprendenti di Albonico con altri grandi artisti quali Jaco Pastorius, Joe Zawinul, Miles Davis, Russ Meyer, Mark Mothersbaugh.

“Frank Zappa. Il padrino del rock” fa luce sulla figura di uno dei grandi geni della musica contemporanea. Dal punto di vista umano, qual è il tuo ricordo personale di Zappa?
Sergio Michelangelo Albonico: Frank era senza dubbio una persona generosa che ti metteva alla prova senza dirti cosa dovevi fare. Lasciava a te destreggiarti. Ti assegnava un compito preciso che doveva essere svolto. Concentratissimo sulla musica. Ogni secondo era prezioso.

Siouxie Sioux

Prendendo spunto dal lavoro che hai svolto come fotografo per le prove e le prime date dell’ultimo tour di Zappa, il libro diventa poi un racconto della tua straordinaria parabola artistica, ricca di incontri incredibili. Quali sono stati i momenti cardine del tuo lavoro fino ad oggi?
S.M.A.: Sicuramente uno dei momenti cardine del mio lavoro è stato lavorare con Miles Davis. Prima di conoscere Miles un altro momento cardine è stato non solo lavorare, ma anche parlare con Joni Mitchell durante la realizzazione del suo album “Chalk Mark In A Rainstorm” per poi anche lavorare in seguito con Wayne Shorter. Situazioni dal punto di vista umano molto belle. Molti artisti ruotavano intorno a questi ambienti e uno dei più simpatici era, ed è ancora, credo, David Lee Roth. Con David divertimento assicurato.

Il ritratto che fai di Russ Meyer, dall’incontro col suo mondo in un cineclub romano, fino alla frequentazione personale è quello di un uomo assolutamente alla mano, che aveva – anche in comune con Zappa – la stessa concezione “artigiana” del fare arte. Possiamo parlarne?
S.M.A.: Non direi che Russ Meyer fosse un uomo alla mano. Era molto selettivo. Rispettava pochi colleghi. L’unico collega del quale mi parlò fu John Frankenheimer. Ed anche di Fellini, perché Russ si considerava “The Rural Fellini”. Ha sempre curato personalmente le colonne sonore dei suoi film. L’universo di Russ era anche la sua vita personale e soprattutto la sua visione del mondo. Era spesso occupato a montare un documentario mastodontico di 12 ore e si occupava personalmente della corrispondenza. Il suo amico animale era il suo pastore tedesco Harry. Russ viveva da solo ed era sempre sorridente ed entusiasta. Era fiero di dire che era lui stesso che metteva in ordine la sua grande casa dove venivano a trovarlo le stesse persone che avevano lavorato con lui: Kitten, Haji, Erica e anche dei suoi assistenti che lo aiutavano al montaggio del documentario autobiografico.
Poi quando ci si vedeva sul campo di lavoro, sul set ad esempio di un videoclip che la Warner gli aveva assegnato per un gruppo rock, era un vero generale perché dominava il set. Per quanto riguarda la concezione “artigiana” di Frank e Russ dobbiamo tenere conto che eravamo ai primordi dell’era digitale che ora si è mutata in rivoluzione digitale. Anche Frank ha diretto molti film tra i quali “Baby Snakes” che partecipò al Festival Di Cannes e “200 Motels” nel quale Ringo Starr interpreta il ruolo di Frank Zappa.

Wayne Shorter

Quali sono i consigli che da professionista di grande esperienza daresti ad un fotografo musicale? Nello specifico, quali sono le cose che vanno necessariamente fatte e quelle che in nessun caso vanno fatte quando ci si trova davanti alle personalità di grosso calibro, come quelle con le quali hai avuto modo di lavorare?
S.M.A.: I consigli che darei sono i seguenti. Cogliere la composizione del ritratto o scena che si vuole catturare in tempi brevissimi. Deve essere una cosa naturale. Sentire lo spazio. Non essere invadente. Sentire la luce e le ombre. Le cose che non vanno fatte è di non fare incidenti, quindi, di fare attenzione a dove metti i piedi e monitorare i materiali tecnici con i quali lavori.

Come hai lavorato sui tuoi ricordi per scrivere il libro?
S.M.A.: Era già uscito un altro libro dal titolo “FZ 88”, prevalentemente fotografico. Per realizzare quel libro ho dovuto ripercorrere la memoria e ricordare come sono andate le cose. Soprattutto il ‘modus operandi’ del Maestro Zappa. Frank era oltre il carismatico. Quando sei ad un metro di distanza da Frank per tanto tempo e lo stai anche fotografando sai anche che sei in una zona storica. Sai che sta succedendo qualcosa di importante. Non si tratta di solo musica.