L’angolo di Michele Anselmi 

Chissà perché i distributori italiani di Europictures hanno piazzato un sottotitolo in inglese che recita “Close Enemies”. Il film, nelle sale da giovedì 28 marzo, è franco-belga, si chiama in originale “Frères Ennemis”, più o meno “nemici fraterni”, anche da noi s’è preferita la dizione “Fratelli nemici”.
Passato in concorso a Venezia 2018, il film del parigino David Oelhoffen, classe 1968, è un poliziesco tosto, violento e notturno, un po’ all’americana, diciamo in stile James Gray di “The Yards”, ma con cuore europeo nell’ambientazione e in un certo clima multirazziale da banlieue. Dura 111 minuti e ne succedono di cose, in un crescendo di tensioni, sparatorie, fughe, vendette, dialoghi serrati, tinte livide.
Manuel e Driss, cioè i bravi Matthias Schoenaerts e Reda Ketab, sono cresciuti insieme, amici per la pelle, in una periferia francese, ma oggi si ritrovano sul fronte opposto della legge: l’uno commercia allegramente in droga, l’altro è un tormentato poliziotto dell’antidroga. Quando Manuel scampa per miracolo a un agguato che gli manda in vacca un affare milionario, l’amico-nemico Driss si mobilita per capire chi è stato, anche per dare una mano all’amico (usandolo un po’). Onore, tradimento, logica banditesca, senso della fratellanza e della legge, mogli e figlie: “Fratelli nemici” va sul classico, con la giusta dose di concitazione e una ruvida descrizione d’ambiente criminale. Per la serie: “Vanno dove ci sono i soldi: rapine, hashish, cocaina… Hanno capito in che mondo viviamo”. Il film, rocciosamente doppiato, si fa vedere volentieri, anche se ti pare di averlo già visto cento volte.

Michele Anselmi