L’angolo di Michele Anselmi 

“Freaks Out” esce a tappeto giovedì 28 ottobre con 01-Distribution, e c’è da augurarsi che il pubblico giovanile risponda con curiosità alla proposta di Gabriele Mainetti, già regista del fortunato “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Il passaggio in concorso alla Mostra di Venezia, poco più di un mese fa, non ha lasciato un gran segno; ma è nei giorni un tempo chiamati “i festivi di novembre”, soprattutto ora con le sale a capienza piena, che si valuterà l’appeal dell’ambizioso film. Un kolossal per gli standard italiani, essendo costato circa 13 milioni di euro, tra riprese cominciate nell’aprile 2018, scene di massa e complicati effetti speciali di post-produzione.
Non c’è bisogno di scomodare “Freaks” di Tod Browning, 1932, per capire che Mainetti e lo sceneggiatore Nicola Guaglianone compiono un’altra delle loro “ibridazione di generi” all’insegna di una cinefilia, accanita e irriverente, che mischia spunti, ossessioni, gusti e ambientazioni storiche. Ha detto il regista sulla genesi del film: “Il freak è una creatura unica, calarlo in un spazio di conflitto come quello della guerra accanto ai nazisti che cercano la perfezione della razza mi sembrava interessante. Onestamente non volevo fare il neorealismo, non ne sarei in grado”.
Eppure anche quella gloriosa stagione torna tra le strizzatine d’occhio che “Freaks Out” dissemina nel corso dei suoi 140 minuti. Penso al “ciccarolo” di “Ladri di biciclette”, alla corsa di Anna Magnani in “Roma città aperta”, al partigiano deforme di origini meridionali che evoca “Il Gobbo” di Lizzani, a sua volta ispirato alle gesta del “gobbo del Quarticciolo”, al “porchetta nera” ripreso da “Sotto il sole di Roma” di Castellani. E chissà quante altre ancora che non ho saputo cogliere.
Ma naturalmente il film si muove sui terreni più diversi, esteticamente intendo, facendo convivere Mario Monicelli con Tim Burton, Sergio Leone con Benicio Del Toro, “I fantastici 4” della Marvel con “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino. E mi fermo qui per non annoiare.
Siamo nella Roma del 1943. Sotto il tendone del “Circo Mezzapiotta” si replica con successo lo spettacolo. Guidate dal vecchio direttore Israel, cioè Giorgio Tirabassi, barba lunga e sguardo paterno, le quattro attrazioni divertono/spaventano grandi e piccini: sono l’erculeo Fulvio, una specie di Uomo Lupo coperto di peli dalla testa ai piedi (Claudio Santamaria); l’elettrica, quindi intoccabile, Matilde che accende le lampadine mettendole in bocca (Aurora Giovinazzo); il piccolo Mario che attira i metalli come fosse una calamita vivente e non smette mai di masturbarsi (Giancarlo Martini); l’albino Cencio che governa lucciole e insetti, all’occorrenza ingoiando scorpioni (Pietro Castellitto). Di colpo arrivano le bombe alleate a distruggere tutto e per i circensi rimasti disoccupati comincia un’inattesa avventura sotto il cielo di Roma, tra orrori, rastrellamenti e tedeschi da combattere coi loro “magici” poteri, che poi sono maledizioni, nella speranza di salvare il capocomico ebreo avviato verso Auschwitz.
La partenza di “Freaks Out” è magnifica, perché sfodera maschere tragiche che fanno ridere in un mix di ribollente fantasia e realismo estremo, come se “Dumbo” di Burton incontrasse “Salvate il soldato Ryan” di Spielberg. E siccome un cattivo deve esserci, ecco il supernazista Franz, che è un po’ il quinto freak (Franz Rogowski): uno scienziato/pianista, dalle mani con sei dita e dal labbro leporino, capace di “vedere” il futuro, profetizzando il suicidio di Hitler e la nascita dello smartphone. “Sono la Cassandra del III Reich” ghigna dalla tolda di comando del fastoso Berlin Zirkus.
Prodigiosi effetti speciali, cupe visioni oniriche, la pioggia di traccianti notturni, svastiche in tutte le salse, sfrenatezze varie… Il film è uno spettacolone che esagera volentieri, senza ritegno, quasi con gusto infantile; ne consegue un eccesso di digressioni, come se a tratti Mainetti, ancorché già definito “il mago di Oz del cinema italiano” dalla critica Marzia Gandolfi, non sapesse bene dove condurre i suoi eroici “fenomeni da baraccone” capaci di rovesciare, almeno in parte, il corso della Storia.
Si esce frastornati dal cinema, specie dopo l’interminabile battaglia finale, ma forse è ciò che volevano gli autori e i produttori, che sono Goon, Lucky Red e Rai Cinema. In ogni caso un film da vedere, con tanto di pop-corn in mano.

Michele Anselmi