Con “Freewheelin’ in Rome” (Arcana, 2022), Francesco Donadio mette la parola fine sulla vicenda, nota non soltanto tra gli esperti, della supposta visita di Bob Dylan al Folkstudio di Roma. Ne abbiamo parlato con l’autore, tra le firme più prestigiose del giornalismo musicale.

Come nasce il progetto di questo libro di musica che sconfina nell’investigativo?
Francesco Donadio: Nasce da un articolo che scrissi per Classic Rock Italia circa quattro anni fa, che ho poi ho avuto l’opportunità di espandere. Che a sua volta era nato quando mi sono imbattuto per puro caso in Natalie d’Arbeloff, artista attualmente residente a Londra, ma che nei primi anni 60 viveva a Roma, la quale mi raccontò nel dettaglio il suo incontro con Dylan al Folkstudio quel fatidico 5 gennaio 1963. È stata la d’Arbeloff che poi mi ha messo sulle tracce di sua sorella Anne che con il marito Gerardo Guerrieri in quegli anni erano impegnati nel “Teatro Club”: l’organizzazione che fece esibire a Roma, l’8 e 9 gennaio 1963, la folksinger Odetta gestita da Albert Grossman, lo stesso manager di Dylan. E quei due concerti furono fondamentali nel far venire a Roma Bob Dylan, che voleva ricongiungersi alla fidanzata Suze Rotolo studentessa a Perugia (e che con la sua decisione di passare un lungo periodo in Italia gli aveva spezzato il cuore). È da lì che ho iniziato, dapprima consultando gli archivi della famiglia Guerrieri e poi intervistando tutti gli intervistabili sopravvissuti (non tantissimi, dato che sono passati 60 anni).

Quello che colpisce, al di là del puntiglio storico, è anche il ritratto dell’artista da giovane, il suo amore per Suze, l’itinerario… Possiamo parlarne?
F.D.: Sì, certo. Una delle cose meravigliose di questa storia è che il Dylan del 62/63 non è quello a cui siamo abituati – la rockstar, il premio Nobel irraggiungibile di oggi – ma solo un talentuoso ragazzo americano di 21 anni, molto ambizioso e profondamente innamorato di una ragazza (Suze) che, lui sospetta, l’ha lasciato per qualcun altro conosciuto in Italia. E questo suo sentimento, da un punto di vista artistico, ha un impatto profondissimo, lo spinge a comporre alcune delle più belle e sentite canzoni d’amore della sua carriera. Basti solo pensare a “Don’t Think Twice It’s Alright” o a “Girl From The North Country”, composta a Roma. Ma non solo: Suze, che è impegnatissima in politica, lo stimola nella creazione di quelle che all’epoca erano definite “topical songs”. Non so se senza Suze, Dylan sarebbe arrivato a realizzare classici del folk quali “Masters of War” o “Blowin’ in the Wind”. Tutte canzoni contenute in THE FREEWHEELIN’ BOB DYLAN, il disco-capolavoro che Bob compose prima, durante e dopo la sua visita in Italia (oltre che in Inghilterra) e che è profondamente influenzato da Suze (come anche, dalla sua assenza).

Il testo contiene delle interviste che schiudono diversi scenari finora inediti. Al di là dell’impossibilità di contattare Enzo Bartoccioli, come hai lavorato alla ricerca dei vari testimoni di un evento che è così leggendario da sembrare rimandare ad un’altra epoca benché appartenga – dal punto di vista della ricerca storica – al nostro passato più recente?
F.D.: Ma mica tanto recente: sono passati 60 anni, era davvero un’altra epoca. Si viaggiava poco in aereo – e infatti Suze arriva in Italia in nave -, le telefonate intercontinentali costavano un occhio della testa, e due innamorati come Bob e Suze si scrivevano lettere che ci mettevano una ventina di giorni ad attraversare l’oceano tra New York e l’Italia o viceversa. Per quanto riguarda i testimoni, sono stato abbastanza fortunato. Sono riuscito a intervistare Harold Bradley, il fondatore del Folkstudio, appena un paio d’anni prima della sua morte. Ho rintracciato Janet Kerr, amica del cuore di Suze, con cu aveva passato molto tempo a Perugia. Ho potuto parlare con Ethan Signer, uno dei pochissimi folksinger dell’epoca ancora vivi, che conobbe bene Dylan durante la sua permanenza a Londra prima e dopo il viaggio in Italia. Ho intervistato vari “perugini” legati alla cerchia di Suze e di suo marito Enzo, che mi hanno fornito interessanti dettagli su quella strana sorta di “liason a tre”.
E ho avuto lunghe conversazioni con i (tre) cugini di Suze, che mi hanno regalato i loro ricordi e consentito di inquadrare bene i vari caratteri, di Suze, oltre che di sua sorella Carla e della madre Mary: personaggi ben più importanti di quanto pensassi inizialmente in relazione a tutta la vicenda Dylan/Suze. Mi dispiace solo che non figuri, tra le interviste, quella ad Enzo Bartoccioli, che Suze conobbe a Perugia nel 1962 e che poi successivamente sposò. Ha declinato l’invito, perché secondo lui “tutto quello che c’è da dire su questa vicenda l’ha detto Suze nel suo libro”, l’autobiografia del 2008. Peccato.

Da Harold Bradley a Giancarlo Cesaroni, quali sono le caratteristiche del Folkstudio e perché quello era l’unico locale in cui Dylan poteva finire in quella notte?
F.D.: Quelli di Bradley e di Cesaroni sono “due Folkstudio” molto diversi tra loro, anche come posizionamento geografico: il primo a Via Garibaldi, il secondo a Via dei Gracchi, sempre a Roma. Quello di Cesaroni, successivo, è più politicizzato e legato al cantautorato della “prima scuola romana” (Venditti, De Gregori, Rino Gaetano). Quello di Harold Bradley, che lo fonda nel 1961 partendo dagli spazi che ospitano il suo laboratorio di pittura, ha un respiro più internazionale. Si suona e si canta gospel e folk americano, di base. Ed è molto informale: alla base c’è un vasto gruppo di amici (studenti, intellettuali, “expats” angloamericani), chiunque voglia può mettersi al centro della sala e proporre le sue canzoni. Si beve vino, si chiacchiera, si ascolta della buona musica: una sorta di “salotto”. Man mano la fama del Folkstudio si allarga. E nel 1963 è l’unico locale a Roma dove si possa sentire del buon folk/gospel. Dylan, abituato a frequentare a New York il Café Wha e il Gerde’s Folk City, ne sente parlare e ne è naturalmente attratto. Probabile, peraltro, che gliene parli Anne d’Arbeloff che – anche tramite la sorella Natalie che suona e canta al Folkstudio insieme al marito Reg Dixon – è buona amica di Harold Bradley. È così che quella sera del 5 gennaio 1963 Dylan e il suo manager Albert Grossman si recano a Via Garibaldi in Trastevere. E il resto è storia; ovvero, “la storia” che ho cercato di raccontare nei minimi dettagli – per quanto mi è stato possibile – nel mio libro.