Fremont, cittadina della California, sembra una colonia afgana. Un grande numero di migranti in fuga dagli attacchi armati dei talebani, trova qui un luogo sicuro in cui stabilirsi. Tra questi c’è anche la giovane Donya (Anaita Wali Zada), che, pur circondata da suoi conterranei, si sente davvero sola. Il regista iraniano Babak Jalali ci racconta la sua storia in “Fremont”, il suo quarto lungometraggio, che uscirà nelle sale il 27 giugno. Durante il giorno, la ragazza lavora nella vicina San Francisco, in una fabbrica che produce i “biscotti della fortuna” tipici dei ristoranti cinesi. Di notte, fa fatica ad addormentarsi. Si rivolge così ad uno psichiatra, il Dottor Anthony (Gregg Turkington), affinché le possa prescrivere dei sonniferi. L’eccentrico medico, grande appassionato del romanzo di “Zanna Bianca”, sarà un aiuto prezioso per capire l’origine del suo disagio, e per adattarsi al nuovo contesto, in cui si sente ancora così estranea. In un America dove è accentuata la commistione tra diverse culture, il focus del racconto è sul percorso di integrazione di Donya, migrante solitaria, per la prima volta separata da tutti i suoi affetti. La ragazza è lontana dal classico stereotipo della donna islamica, subordinata ad una figura maschile: è decisa, indipendente, ha un senso dell’umorismo sarcastico. La seguiamo nella sua vita quotidiana, nel bisogno di allontanarsi dagli altri immigrati, nel desiderio di vivere una storia d’amore, e nel suo impiego in fabbrica, dove ha il compito di inventare le frasi propiziatorie da inserire nei biscotti asiatici. Proprio ad uno di questi dolcetti affiderà un messaggio di speranza, come si farebbe con una bottiglia lasciata al mare. A questa narrazione si alternano le sedute con lo psichiatra, dove rivolge lo sguardo a ciò che le è avvenuto prima, alla guerra vissuta in prima persona, al senso di colpa di aver lasciato indietro i suoi famigliari. Donya è così costantemente in bilico tra un passato difficile e la speranza di un futuro luminoso. La storia non presenta grandi colpi di scena, è uno “slice of life”, concentrato su un importante momento di passaggio nella realtà della protagonista. Argomento che viene trattato con delicatezza ed empatia, con pochi dialoghi che spezzano lunghi silenzi, ma che bastano per scoprire l’interiorità della giovane donna. Jalali ha una regia al contempo sobria e rigorosa, raffinata ed elegante. Lo si vede nella scelta di un aspect ratio in 4:3, di un bianco e nero dai contrasti forti, nell’attenzione rivolta alla simmetria interna alle inquadrature. Donya, nel suo essere una ragazza un po’ outsider, ricorda al Dottor Andrew proprio il suo personaggio preferito, il lupo Zanna Bianca. Entrambi sono infatti solitari, vengono da un contesto in cui prevale la violenza, sono costretti a lasciare il proprio habitat naturale per adattarsi ad uno nuovo. Un passaggio difficile ma che apre tante nuove possibilità: di essere meno soli, di trovare la felicità, di innamorarsi. Vanno in questa direzione i sogni della protagonista, in un finale in cui c’è un cameo di Jeremy Allen White, star della serie “The Bear”, in un ruolo dalla purezza commovente.

Martina Genovese