Disponibile su Prime Video l’opera premiata al Riff Awards 2021 come miglior documentario nella sezione National Documentary Competition, scritto e diretto da Giovanni La Gorga e Alessio Borgonuovo e distribuito da 102 Distribution.
Il documentario racconta gli ultimi trent’anni del centro storico di Roma, avvalendosi delle testimonianze di personalità come Marco Giallini, Asia Argento, Claudio Coccoluto, Rino Barillari e Ivano De Matteo, per non citarne che alcune, che hanno vissuto in prima persona i mutamenti dei rioni centrali della capitale.
Il titolo fa riferimento alla serie di eventi denominati “From my house in da house” iniziati nel 2018 grazie all’iniziativa del dj Giovanni La Gorga che ha deciso di aprire le finestre di casa propria, situata dietro Piazza Navona, per far risuonare la sua musica house tra le vie del centro di Roma. Gli eventi hanno riscosso un notevole successo, e il dj ha chiesto ai suoi amici di aprirgli le porte e le finestre delle loro abitazioni per farne un format che è andato avanti fino alla sua ineluttabile fine causata della pandemia e dei lockdown.
L’opera è una riflessione politica sul degrado sociale e culturale che ha totalmente trasformato il centro storico di Roma negli ultimi decenni. Si parla di gentrificazione, un fenomeno poco affrontato nella capitale, che sta portando allo svuotamento dei quartieri popolari dai suoi abitanti originari, che ne approfittano dei vantaggi economici che traggono dall’affittare a prezzi molto alti le proprie case ai milioni di turisti che accorrono ogni anno nella città. Il contraltare di questa pratica è che i rioni romani perdono così la loro autenticità derivata dalla cultura popolare che li contraddistingueva. Le botteghe di artigiani, gli alimentari e i piccoli bar di quartiere risentono della trasformazione del loro territorio e diventano ristoranti turistici e cocktail bar aperti fino a tarda notte: luoghi più consoni ai loro nuovi clienti.
Gli autori del lungometraggio riflettono così sul passato del rione che sorge intorno a piazza Navona, con il suo fulcro nello storico Caffè della Pace, vicino all’omonimo tempietto. Il locale, aperto nel 1891 come bar popolare, ha acquisito nella seconda metà degli anni ’80 del ‘900 una nuova veste che lo ha visto ospitare i più importanti personaggi della cultura e dello spettacolo: tutti, da De Niro, Al Pacino, a Bono Vox – tutti – quando andavano a Roma per una première o per un concerto, passavano per il Caffè della Pace.
Di fronte al bar sorgeva anche un piccolo teatro e studio di registrazione dove, dalla fine degli anni ’80, si è cominciata a formare una generazione di musicisti e attori oggi trai più famosi nel panorama nostrano; si sono formati lì, tra gli altri: Pier Francesco Favino, Marco Giallini e Valerio Mastandrea.
Dalle stelle alle stalle, si direbbe. Attualmente, infatti, lo spazio antistante al Caffè, ormai chiuso dal 2014, è diventano una sorta di piccola discarica a cielo aperto, cartina al tornasole del degrado che il documentario vuole denunciare.
Molto interessanti le parole dello scrittore e poeta Aurelio Picca presenti nel documentario. Picca ritiene che quella della “grande bellezza” di Roma sia solo retorica: è una bellezza esterna, di facciata, appannaggio solo dei turisti. “La vera bellezza di Roma è quella della notte, quando diventa una città interiore” – osserva lo scrittore – “quella esterna non è una città: è un set cinematografico. La sua vera bellezza è tutta interiore e selvaggia.”
Il documentario contiene anche il messaggio esplicito, rivolto alle istituzioni e agli abitanti della città, di non avallare questa pratica di spersonalizzazione e omologazione culturale; e un invito a preservare il patrimonio cittadino: non solo quello artistico visibile a tutti, ma anche quello etno-antropoligico dei rioni popolari del centro.

Giovanni Vitale