L’angolo di Michele Anselmi
La verità? Non saprei dire se “Les papillons noirs” sia una sesquipedale puttanata o un fiammeggiante mélo criminale. Trattasi di miniserie francese in sei puntate, da circa 55 minuti l’una; la danno su Netflix dal 14 ottobre scorso e mi pare tenuta un po’ nascosta, forse perché la visione è sconsigliata ai minori di 16 anni a causa delle ricorrenti scene di sesso e violenza, con notevole contorno di sangue e morbosità. Porta la firma di Bruno Merle e Olivier Abbou, quest’ultimo anche regista, e debbo riconoscere di averla vista tutta d’un fiato, non fosse altro che per capire dove andava a parare.
Abbou dev’essere fervente ammiratore di Tarantino, infatti i titoli di testa sembrano presi da certe fissazioni del regista americano, tra immagini arancioni, sovraesposte, da pellicola rovinata, con scritte vistose da film di serie B. Ma in realtà “Les papillons noirs”, a indicare le farfalle nere che tornano ammonitrici prima in un quadro e poi nella vicenda, bada al sodo, in un gioco da moderno feuilleton ambientato tra anni Cinquanta, Sessanta e Settanta con cornice odierna.
Uno scrittore quarantenne che fece centro col suo primo romanzo e ora non riesce a scrivere il secondo accetta di fare “il negro” a pagamento per un vecchio signore dai lunghi capelli bianchi che vive isolato nella campagna fuori Lille. Adrien Winckler, in arte Mody, vuole sottrarsi all’ansia crescente, anche perché non riesce a dare un figlio alla bella moglie Nora; non sa che Albert Desiderio, il committente a cui ormai resta poco da vivere, gli sta per raccontare una storia che ha dell’incredibile, incisa sulla propria pelle e sulla pelle di decine di uomini uccisi a forbiciate mezzo secolo prima.
Volete sapere di più? Dico solo che lo sventurato e orfano Albert conobbe da ragazzo una campagnola coetanea dai capelli rossi e dal viso pieno di efelidi, la graziosa Solange. Crebbero insieme, uniti da un’amicizia di ferro, che si tramutò in amore esclusivo, totale, assoluto. Tanto da prevedere la morte sistematica di qualunque maschio provasse a portarsi a letto Solange, ormai trasformatasi fisicamente in una specie di dea tra Brigitte Bardot e Laetitia Casta.
“Les papillons noirs” affolla personaggi, depistaggi, coincidenze, agnizioni, maledizioni di famiglia, indagini poliziesche, giochi del destino, ribaltamenti a effetto; il tutto all’insegna di una condizione umana in bilico tra cinismo e godimento, perversione e romanticismo. E siamo solo all’inizio di un intreccio destinato ad essere ogni volta smentito dagli eventi.
Certo non praticano la misura i due autori nell’immergere i loro personaggi in situazioni sempre più estreme; e so bene che il cinema ha già ampiamente arato il campo delle coppie omicide, penso a film come “I killers della luna piena” o “Assassini nati – Natural Born Killers”. Ma il crescendo parossistico è costruito con amorale efficacia, prima che tutto si complichi sul versante umano con effetti ancora più devastanti.
Il sesso è descritto con furba messinscena, tra corpi nudi e frenesie erotiche, anche se in fondo non si vede granché; la chiave è da “exploitation movie”, ma il tutto rivisto in salsa letteraria, con strizzatine d’occhio alla lotta di classe e alla violenza casalinga contro le donne (l’alibi del politicamente corretto?).
Le barbe posticce si vedono troppo, in compenso diverte l’idea di far guidare ai personaggi odierni auto squisitamente anni Settanta, quasi in un gioco di specchi. Nicolas Duvauchelle e Niels Arestrup sono Adrien e Albert ai giorni nostri, Alyzée Costes e Axel Granberger incarnano Solange e Albert da giovani, Brigitte Catillon e Alice Belaïdi interpretano rispettivamente la mamma e la moglie dello scrittore. Occhio agli sguardi femminili. Conclusione critica: “Les papillons noirs” un po’ bluffa e un po’ bara (meglio quando bluffa).
Michele Anselmi