L’angolo di Michele Anselmi

“Il grande silenzio” è il titolo di un western all’italiana con Jean-Louis Trintignant che Sergio Corbucci girò nel 1968. Suppergiù in quell’anno, o poco prima, è ambientato “Il silenzio grande”, che Alessandro Gassmann ha tratto da una pièce teatrale di Maurizio De Giovanni, sì il giallista napoletano inventore del commissario Ricciardi. Gassmann deve avere proprio una passione per questo testo in due atti: prima, nel 2019, l’ha portato sui palcoscenici di mezz’Italia, adesso è arrivato il film, nelle sale da giovedì 16 settembre con Vision Distribution.
Francamente non capisco perché confermare, nella trasposizione cinematografica, solo uno dei cinque protagonisti, cioè Massimiliano Gallo, e cambiare tutti gli altri, a partire da Stefania Rocca e Monica Nappo, che pure hanno bazzicato molti set nella loro carriera.
“Il silenzio grande” evocato dal titolo è fatto di tanti piccoli silenzi: quelli che il famoso scrittore Valerio Primic ha praticato gelosamente, fino a seppellirsi, quasi letteralmente, nella biblioteca-studio della sua sontuosa villa con vista su Capri. L’uomo, baffetti neri e capelli impomatati, abiti dimessi ma non miseri, ha qualcosa di Eduardo De Filippo. Seduto di fronte alla sua vecchia macchina per scrivere Urania, Primic non riesce a comporre una riga; e intanto, in quella dimora ormai polverosa ma un tempo ammirata, si affacciano la moglie Rose, la governante Bettina, i figli Massimiliano e Adele.
Lo scrittore si sente bene solo tra quelle quattro mura amiche e rassicuranti, tappezzate di volumi dall’odore ormai stantio. I suoi silenzi, diciamo la dedizione assoluta alla parola, l’hanno protetto per anni da quanto stava accadendo là fuori, ma è giunta l’ora di fare i conti con la realtà: la moglie beve per lenire la depressione, il figlio confessa di essere omosessuale, la figlia di aspettare un figlio da un cinquantenne sposato, la cameriera lo tratta con una strana e complice bonomia.
Come se non bastasse, emergono problemi economici: i soldi sono finiti da tempo, sicché bisogna vendere la villa, pure alla svelta, e sarà Rose, donna ancora bella e razionale, a occuparsi dell’ingrata incombenza sotto lo sguardo stupefatto del marito.
I cinque personaggi orchestrano una meditazione su temi impegnativi, come le cicatrici del tempo, la distrazione colpevole, lo smarrirsi e il ritrovarsi di una famiglia, la consapevolezza e la percezione di sé, le ombre della morte. Gassmann, riservandosi una buffa apparizione, asseconda la partitura teatrale suggerendo qua e là, mi pare, echi di Cechov e De Filippo; il tutto impacchettato nella fotografia smaltata di Mike Stern Sterzynski (perché quelle prospettive così eccentriche?) e nelle crepuscolari musiche di Pivio e Aldo De Scalzi (risuona anche “Dedicato a un angelo” di Fred Bongusto). L’effetto è decisamente “all’antica”, nel senso che “Il silenzio grande” si affida molto al testo e non occhieggia alle mode. D’altro canto, però, ciò che a teatro funzionava benissimo al cinema suona un po’ artificioso, a tratti tedioso, nonostante il finale con “sorpresona” da non svelare.
Se Gallo va sul sicuro nei panni di Primic, approfittando del lungo rodaggio teatrale, gli altri quattro interpreti principali sono Margherita Buy, Marina Confalone, Antonia Fotaras ed Emanuele Linfatti, rispettivamente nei ruoli di Rose, Bettina e i due figli. Tutti si intonano al clima rarefatto e un po’ fantasmatico, ma confesso che ormai fatico a digerire il viso pesantemente ritoccato di Confalone.

Michele Anselmi