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“Gemini Man”, il digitale in 3D fa un curioso effetto “Un posto al sole”

L’angolo di Michele Anselmi

Vi giuro, ho visto il supertecnologico “Gemini Man” pure con gli occhialini 3D, ma mi sembrava di sfogliare una puntata di “Un posto al sole” su Raitre. Non per la storia, ovviamente, nel film di Ang Lee ci sono inseguimenti e ammazzamenti in quantità da una parte all’altra del mondo; ma proprio per la grana fotografica, piatta nonostante l’effetto tridimensionale, cromaticamente spenta e insipida, di triste effetto televisivo.
Da anni trapiantato negli Stati Uniti, il cineasta taiwanese probabilmente voleva rifarsi sul piano commerciale dopo l’insuccesso del pregevole “Billy Lynn – Un giorno da eroe”, ma ha scelto il copione sbagliato. Scritto oltre vent’anni fa, passato per infinite mani di sceneggiatori, registi e star. Certi film, probabilmente, andrebbero lasciati nel cassetto; ma Ang Lee deve aver pensato, un po’ come fece Michael Mann usando la tecnica digitale per “Nemico pubblico”, che il nuovo sistema High Frame Rate a 120 fotogrammi al secondo, mischiato al 3D e agli effetti speciali detti CGI, avrebbero partorito il miracolo visivo.
Non è così. Troppo preso dal prodigio tecnologico, che poi tanto prodigioso non risulta sullo schermo, il regista di “Tempesta di ghiaccio” si ritrova a maneggiare un intreccio tra spionistico e fantascientifico che sembra solo generato al computer, cioè senza fattore umano, torsioni drammatiche, motivazioni psicologiche.
“Gemini Man” (pronuncia “Geminai”) parla di un superkiller cinquantenne, tal Henry Brogan, cioè Will Smith, che lavora per la Defense Intelligence Agency americana. L’uomo è stanco di uccidere: accetta un’ultima missione, fa centro alla sua maniera strabiliante, e prova ad andare in pensione. Ma in quel lavoro non esiste la “quota 100”. Subito s’accorge che qualcuno vuole eliminarlo, anche per impedirgli di parlare a proposito dell’ultima vittima. Così, passando dalle bellezze paesaggistiche della Georgia a Cartagena e infine a Budapest, Brogan si ritrova a battersi, con l’aiuto di due amabili complici, contro un sicario temibile, più giovane e scattante, chiamato “Junior” che però gli somiglia come una goccia d’acqua. Avrete capito, se avete visto il trailer: trattasi di un clone creato vent’anni prima dal diabolico boss della DIA incarnato da Clive Owen.
Il copione non si sforza neppure di offrire una patina “filosofica”, diciamo esistenziale, al tema del doppio, all’utilizzo spregiudicato della genetica; pure i rovelli etici connessi a quella strana paternità sono risolti piuttosto alla carlona. Risultato: i 117 minuti sembrano non finire mai, e soprattutto ti chiedi che fine abbia fatto il talento di Ang Lee. Quanto a Will Smith, benché gli effetti computerizzati lo ringiovaniscano fino all’adolescenza, viene giustamente citato una sola volta sui titoli di coda.
Nelle sale da giovedì 10 ottobre targato 20th Century Fox.

Michele Anselmi

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