L’angolo di Michele Anselmi

Purtroppo Marco Giallini ormai fa solo e sempre Marco Giallini, la storia poco importa; anche se qui, per fortuna, rinuncia ai soliti capelli tinti di marrone per una specie di sale e pepe. Trattasi di “La mia ombra è tua” che Eugenio Cappuccio ha tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Nesi pubblicato nel 2019 da La Nave di Teseo. Dopo l’anteprima al festival di Taormina, il film è nelle sale dal 29 giugno, targato Fandango e Rai Cinema, e vai a sapere se il pubblico, assai distratto nei confronti del cinema nazionale, farà un’eccezione.
Cappuccio è cineasta arguto e colto, ha firmato titoli interessanti come “Volevo solo dormirle addosso”, è pure musicista; ma qui si direbbe che la dimensione da malinconico road-movie, quasi un cineromanzo di formazione all’insegna di una paternità ritrovata, gli abbia un po’ preso la mano.
Naturalmente è “On the Road Again” dei Canned Heat a fare da leit-motiv musicale nel lungo viaggio da Cetona a Milano, passando per Bologna, che unisce due uomini che più diversi non potrebbero: il ventiduenne Emiliano De Vito, un secchione appena laureato in Lettere Antiche, per giunta ancora vergine, e il quasi sessantenne Vittorio Vezzosi, uno scrittore che azzeccò un solo romanzo cinque lustri prima, intitolato “I lupi dentro” in omaggio a Jim Morrison, e da allora, come una sorta di Salinger italiano, vive sepolto in una sontuosa casa tra le colline, accudito da un amico e factotum africano.
Perché i due s’incontrano? Una sexy-influencer da 7 milioni di follower ha per caso trovato su una bancarella una copia di quel libro e ne ha fatto un oggetto di culto mediatico, anche generazionale, chiedendo all’ignaro Vezzosi di produrre un seguito venticinque anni dopo. L’editore, annusando l’affare, costringe il giovanotto disoccupato a entrare nella vita dello scrittore, sostanzialmente per fare la spia e capire se ci sarà davvero un secondo capitolo. Ma l’esordio non è facile: Emiliano, subito ribattezzato “Zapata”, viene preso a fucilate dal Vezzosi, e un attimo dopo, per rompere il ghiaccio, lo scrittore cocainomane e tatuato gli chiede le dimensioni dell’attrezzo. “Io ho l’uccello corto ma di bella circonferenza, guizzante, molto guizzante” confessa il padrone di casa di fronte all’allibito ospite.
Avrete capito che i due, sulle prime destinati a non intendersi, invece faranno amicizia, ciascuno trovando nell’altro un pezzo mancante della propria vita. E sarà un viaggio alla volta di Milano, dove una specie di evento social aspetta Vezzosi di solito restio a robe del genere, a cementare il legame: tra disavventure, sbornie, crisi di panico e défaillance sessuali.
Diverso fisicamente dal Vezzosi della pagina scritta, Giallini fa appunto Giallini, come lo conosciamo dai film e dalle serie tv: romano, cinico, allergico alle regole, con giacca di pelle, jeans aderenti e scarponcini, insomma molto rock (detesta le camicie con le maniche corte). Anche la sua auto, una vecchia Jeep CJ-5 del 1979, rosso fuoco, è di quelle che fanno tutt’uno col personaggio dell’irregolare per contratto o forse per vocazione.
Una volta a Milano, in quel mondo frescone e gasato alimentato dai “like” social, capiremo perché lo scrittore ha accettato l’invito a parlare in pubblico, c’è una donna di mezzo; e intanto si srotola sullo schermo il racconto, tra buffo e vitalista, con qualche affondo asprigno, di quella strana amicizia maschile all’insegna del mutuo soccorso.
L’occhialuto Giuseppe Maggio fa Emiliano, s’intende maldestro e goffo, come vissuto “in un bozzolo” dopo la morte prematura del padre; di Giallini, che incarna il carismatico e spiegazzato Vezzosi, s’è detto. Mentre il reparto femminile è coperto da Isabella Ferrari e Anna Manuelli, rispettivamente nei panni dell’antica fiamma e della fidanzatina recalcitrante.
Un’anima blues, scolpita dalle note slide alla chitarra dobro, attraversa il film; e ogni tanto il sentimento crepuscolare del romanzo (Nesi ha partecipato alla sceneggiatura con Laura Paolucci e il regista) s’affaccia sullo schermo. Ma troppi episodi sono sfocati, inutilmente caricati nella recitazione sul piano dell’effetto comico cercato, e pure la citazione finale da “La dolce vita”, non so se presente nel romanzo, suona un po’ esornativa, un personale omaggio di Cappuccio al grande riminese che bene conobbe.

Michele Anselmi