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Giallo Pulp! In libreria il primo manuale di storia della letteratura pulp italiana

Giallo Pulp – La storia del romanzo poliziesco italiano (Profondo rosso edizioni, 2019) tratta un argomento vastissimo e sommerso privo della benché minima bibliografia a monte. Anche in questo sta la sua particolarità, il suo imporsi come futuro testo di riferimento per uno studio serio e approfondito di ciò che è stata la nostra letteratura non solo di genere. Nel volume, si racconta, in breve, di un’epoca editoriale sorprendente e irripetibile in cui le edicole erano invase da gialli, scritti da autori italiani, di prassi trincerati dietro pseudonimi anglofoni che assicuravano un ottimo riscontro di vendite. Ne abbiamo parlato con i due autori Enrico Luceri e Luigi Cozzi.

Il primo giallo da risolvere è quello del nome. In apertura del volume Giallo Pulp – La storia del romanzo poliziesco italiano spiegate qual è la nascita di un nome che negli anni ha avuto un’enorme fortuna. Potete ricordarlo ai nostri lettori?

ENRICO LUCERI: Per comprendere il titolo, bisogna considerare le linee editoriali delle collane da edicola in epoca postbellica. Il gusto del pubblico italiano era fortemente influenzato dalla narrativa americana, in quegli anni prevalentemente del genere Hard-boiled. Quindi la linea guida degli editori agli autori era quella di creare storie basate su elementi caratteristici quali azione, dinamismo, colpi di scena, ambientazioni principalmente urbane di metropoli, personaggi facilmente riconoscibili (detective privati, poliziotti, femme fatale, gangster) perché mutuati dai cliché della cinematografia americana degli anni Quaranta. Quella legata all’immagine simbolo di Humphrey Bogart, per intenderci. Insomma, un vero e proprio “Pulp”, dove le inevitabili ingenuità erano un espediente narrativo per alimentare la fantasia dei lettori e trasportarli in una realtà avventurosa di cui ignoravano la vera natura.

LUIGI COZZI: In America i “pulp” erano le riviste da quattro soldi che si compravano in edicola fino alla metà degli anni Quaranta quando non esisteva ancora la televisione. In Italia possiamo definire “pulp” pubblicazioni tipo quelle che inondavano le edicole negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta quando la televisione non era ancora diffusa: e le collane di gialli in quel settore facevano la parte del leone.

Non mi risulta che esistano trattazioni simili su questo specifico genere letterario. Dunque che tipo di fonti, anche soltanto archivistiche, avete tenuto presenti?

L.C.: Innanzitutto dalle nostre memorie, perché io l’ho vissuta quell’epoca, anche se ero ragazzino. E poi con anni e anni di ricerche personali sull’argomento…

E.L.: Abbiamo inoltre raccolto le informazioni da testimoni di prima mano che hanno vissuto direttamente o di riflesso quel periodo irripetibile dell’editoria e del costume italiano. Le loro interviste integrano una ricostruzione d’epoca dal punto di vista anche sociale. Il saggio contiene anche una bibliografia completa di titoli, autori e date di pubblicazione di tutti i libri delle collane da edicola di quei decenni, comprese le più piccole o dalla durata così limitata da sfuggire a ogni statistica. Inoltre il testo originale di un romanzo emblematico della produzione nostrana, perché ricavato da un film, più precisamente dalla pellicola piuttosto che dalla sceneggiatura. Infine abbiamo ricostruito la storia del giallo in Italia attraverso l’evoluzione delle sue principali collane, per calare la nostra narrazione in un contesto più ampio e caratterizzarla con precisione.

Con Luceri, in che modo avete scelto di dividere i compiti di redazione?

L.C.: Ho dato le direttive principali dell’opera a Enrico e lui poi le ha sviluppate. Quindi io ho preso il suo testo, l’ho smontato, riorganizzato e ampliato. L’ho ripassato a lui ed Enrico l’ha perfezionato. Dopo ne ho curato io la sistemazione definitiva.

E.L.: Ho curato la pubblicazione del romanzo dal libro originale, scritto buona parte della storia del giallo e ho intervistato alcuni testimoni da solo, altri con Luigi Cozzi. Il quale comunque ha revisionato e integrato il tutto, e poi ha “rimontato” il testo come se fosse un film, o meglio ancora un docu-film, che rappresentasse una lettura completa, affidabile e interessante, mi auguro addirittura sorprendente e avvincente per certi aspetti. Il doppio ruolo di Luigi Cozzi come autore e curatore, la sua competenza e capacità divulgativa hanno reso questo saggio, che tratta un argomento privo di altra documentazione specifica, un testo unico e spero gradito agli addetti ai lavori come a tutti gli appassionati.

Il volume racconta di due diverse realtà editoriali, parallele e in alcuni casi sovrapponibili: da una parte ci sono le collane classiche della Mondadori e della Garzanti, dall’altra le più popolari ERP e Atlantica. Che tipo di lettori, rispettivamente, attirano queste collane?

L.C.: Il barone Cantarella che dirigeva la ERP dichiarava che tutti i romanzi da lui pubblicati erano fatti per essere letti dai pendolari che viaggiavano sui treni. Quindi dei veri e propri testi “usa e getta”. Credo che questa fosse la filosofia commerciale alla base anche delle pubblicazioni edite dall’Atlantica Cinematografica.

E.L.: Le collane delle case editrici più importanti sono più curate dal punto di vista formale e i loro autori sono professionisti affermati. Le altre scontano un’evidente carenza di risorse finanziarie e arruolano una squadra di autori nostrani nascosti dietro improbabili pseudonimi anglosassoni (inevitabile pedaggio all’esterofilia dominante nella platea dei lettori), di solito impegnati solo part time come scrittori. Personalità comunque prolifiche e instancabili che battevano nottetempo sui tasti della macchina da scrivere le storie di detective dal whisky facile, diventati nel tempo più simili ai simpatici “duri” cantati negli anni Cinquanta dall’indimenticabile Fred Buscaglione. I lettori di queste due realtà editoriali non erano gli stessi, perlomeno nella maggior parte, e questo ha permesso di allargare molto il bacino di utenza. Si può concludere che quegli anni pionieristici furono i migliori, come fertilità imprenditoriale e letteraria, soprattutto se confrontati con gli ultimi decenni.

“I Narratori Americani del Brivido” e “I Gialli dello ‘Schedario’ FBI” sono le due collane della ERP, una casa editrice attiva per quasi trent’anni e gestita principalmente da un solo uomo, il barone siciliano Cantarella. Possiamo parlare dei punti di forza di queste pubblicazioni? Chi era il barone Cantarella?

L.C.: Era un ricco e colto siciliano che viveva a Roma, grande appassionato di cinema e letteratura, il quale amava giocare con un grande plastico di trenini elettrici. Dapprima aveva lavorato per un po’ nel cinema, ma non gli era piaciuto l’ambiente, e allora si era messo a fare l’editore da edicola.

E.L.: In sostanza la vita di queste realtà editoriali, perennemente alle prese con cronica mancanza di mezzi e con la volubile affezione dei lettori, fu spesso precaria e difficoltosa. Le collane della E.R.P. (che in un curioso e camaleontico mimetismo di ragioni sociali sopravvissero per un trentennio) furono una specie di miracolo imprenditoriale legato forse a eventi fortunosi e casuali ma soprattutto alla fantasia e all’intraprendenza del barone Antonino Cantarella, un nobiluomo di gusti raffinati, siciliano d’origine, che a metà degli anni Cinquanta, appena quarantenne, ebbe la felice intuizione di creare dal nulla una casa editrice. La sua gestione in perenne bilico fra i guadagni delle vendite e i pagamenti a singhiozzo degli autori resta dalla prospettiva attuale l’immagine più realistica di un’epoca controversa e irripetibile.

Legati a doppio filo al cinema erano, invece, le collane “I Gialli dell’Ossessione” e “Gialli USA” non a caso pubblicati dalla Atlantica del regista Marco Vicario. 

L.C.: Anche i libri della ERP erano scritti e curati in buona parte da gente che voleva darsi al cinema ma che non era ancora riuscita ad affermarsi nel settore. In seguito diversi di loro ci sono riusciti. E lo stesso barone Cantarella, prima di diventare editore, aveva fatto il produttore cinematografico.

E.L.: Attore, regista e produttore, famoso protagonista del cinema italiano, anche per il suo matrimonio con la popolare e bellissima diva Rossana Podestà, Marco Vicario dell’Atlantica ebbe la felice intuizione di creare in sodalizio con il fratello Alfonso una casa editrice che si proponeva deliberatamente la contaminazione della narrativa letteraria con quella cinematografica. Felice intuizione perché in un’epoca in cui la televisione era poco diffusa, e non esisteva computer, Internet, DVD e tutto ciò che la tecnologia ha reso possibile negli ultimi anni, quelle agili storie pubblicate a ciclo continuo permettevano agli spettatori e ai lettori di sognare e immaginare le loro avventure preferite senza soluzione di continuità. Le loro peripezie imprenditoriali furono simili a quelle di altri editori più o meno improvvisati, ma garantirono comunque la pubblicazione di tantissimi libri che contribuirono a rendere le edicole e i giornalai in genere un luogo di aggregazione sociale in un periodo di crescita e cambiamento non privo di difficoltà.

All’interno del vostro volume è possibile leggere il romanzo “L’inchiesta dell’Ispettore Morgan”, un giallo Atlantica scritto da Colley Lane (alias Leonia Celli), che definite piuttosto tipico del periodo anche per la sua filiazione diretta da un film. Quanto spesso accadeva che i nostri autori, quasi sempre nascosti sotto uno pseudonimo, traessero ispirazione dal cinema?

L.C.: Leonia Celli lavorava di frequente con gli uffici stampe delle case cinematografiche americane e fu quindi lei ad avere l’idea da basare dei romanzi su alcuni film in uscita. Si fece dare l’ok dalla Columbia Pictures e poi propose l’iniziativa a Vicario, che capì al volo il grande vantaggio commerciale di poter uscire in edicola con i romanzi tratti da film che in quel momento stavano nei cinema, sfruttandone quindi a favore delle proprie pubblicazioni e del tutto gratuitamente il lancio pubblicitario.

E.L.: Era abbastanza frequente, perché il riferimento a un film di grande popolarità assicurava da solo un grande volano pubblicitario. I riferimenti potevano essere espliciti nella trama o solo nel titolo, di solito piegato quasi con un gioco di parole alla vicenda raccontata, e perfino nel taglio delle immagini di copertina. Per scrivere una trasposizione cinematografica poi non era necessario possedere più o meno legalmente i diritti sulla sceneggiatura, ma bastava entrare in un cinema, vedere il film e poi narrarlo più o meno fedelmente sulla carta stampata. L’ambiente letterario e cinematografico di quell’epoca era calato in una realtà effervescente e convulsa che permetteva agli autori di celare questi espedienti che in fondo finivano per chiudere il cerchio facendo pubblicità anche al film stesso.

Inizialmente, anche i “gemelli” “KKK – I classici dell’orrore” erano quasi tutti basati sui copioni di film allora in uscita come “La vendetta di Frankenstein”, “Il bacio dello spettro” e “La stirpe dei vampiri”.  E proprio da un numero della serie, intitolato “La vergine di Norimberga”, fu tratto il film di Antonio Margheriti in cui recitano Christopher Lee e Rossana Podestà, allora moglie di Vicario. Allo stesso modo, da “La vecchia poltrona di Max Dave” (pseudonimo di Carlo Belli), romanzo incluso in “I racconti di Dracula”, deriva la sceneggiatura di un altro caposaldo del gotico all’italiana come “Lo spettro” di Riccardo Freda. In che modo i due mondi – quello letterario e quello cinematografico – si ispirano a vicenda?

L.C.: L’ho già detto, la maggior parte degli autori dei romanzi usciti in quelle collane in realtà miravano a diventare sceneggiatori, e in effetti parecchi di loro poi lo sono diventati, anche con successo. Per esempio, una buona parte dei romanzi horror usciti nei KKK sono stati scritti da Laura Toscano, che in seguito è diventata una delle maggiori sceneggiatrici italiane, quella del Maresciallo Rocca per intenderci.

E.L.: La narrativa di genere ha caratteristiche precise, che rappresentano allo stesso tempo differenze e punti di contatto fra cinema e letteratura. Quegli anni sono ben distanti dagli attuali, in cui abbondano saggi e studi sulla tecnica di creazione della tensione nei film e nei libri, e quindi all’epoca era frequente che un classico dell’orrore cinematografico trasposto in un libro fosse solo una descrizione delle sequenze che scorrevano sullo schermo. Un’esigenza dovuta anche ai tempi strettissimi di consegna del testo da stampare. In sostanza, questa osmosi senza filtri provoca un filo diretto fra spettatori e lettori, ambedue alla ricerca di storie lineari, semplici, impressionanti, visionarie e in definitiva in grado essere un prodotto adatto a un pubblico molto meno acculturato e critico di quello attuale, ma anche più disponibile a viaggiare sulle ali della fantasia senza vincoli di realismo eccessivo.

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