L’angolo di Michele Anselmi

Peccato che l’Archivio storico dell’Unità non sia consultabile da tempo, almeno io non riesco, pure adesso che la gloriosa testata fondata da Gramsci è stata acquistata dall’imprenditore napoletano Alfredo Romeo per affidarla alle “cure” di Piero Sansonetti (la vedo malissimo). Peccato, perché oggi, pranzando col mio amico edicolante Antonio Palumbieri come ogni lunedì, finché Dio vorrà, m’è tornato alla mente un episodio poco onorevole, ma in fondo divertente, della mia lunga e serissima carriera in quel quotidiano, poi chiuso da Matteo Renzi segretario del Pd nel giugno del 2017.
Dunque. Fine Novanta, non ricordo bene l’anno preciso, ero uno dei tre inviati al festival di Cannes, insieme ad Alberto Crespi e Gabriella Gallozzi, e come sempre, dopo qualche giorno, da Roma cominciano ad arrivare richieste strane, per la serie: “Basta parlare solo dei film, che palle! Sei sulla Croisette, inventati qualcosa di diverso”. Una parola. La gerarchia giornalistica di un festival internazionale di quel respiro è scandita dai film e dai personaggi, al massimo da qualche polemica a sfondo politico, se viene fuori; c’è poco da “inventarsi”, a meno che, ma allora dovevi lavorare per un quotidiano di primo livello e di ampia diffusione, tipo “la Repubblica” o il “Corriere della Sera”, non ci fosse di mezzo uno scoop organizzato dagli uffici stampa.
Il mio caposervizio di allora, Toni Jop, non faceva altro che chiedermi “qualcosa di diverso”, forse per calmare l’ufficio centrale e assecondare le richieste del direttore, mi pare fosse Peppino Caldarola, oggi purtroppo scomparso. Non so perché, ma ero sempre io il destinatario principale di quei “desiderata”, e così un giorno, stanco di eccepire sul piano del metodo e delle scelte, risposi di getto: “Va bene, Toni, che ne dici se intervisto una starlet? Ne ho appena vista una mezza nuda e sculettante sulla spiaggia dietro il Palais, circondata dai fotografi. Ti piace l’idea?”.
La risposta fu: “Perfetto Maicol, vai!”. Solo che io non avevo visto nessuna starlet, cioè quelle ragazze, perlopiù venute da fuori, in tanga e con le tette al vento, solitamente alla ricerca di un briciolo di effimera notorietà (e magari di un invito da parte di qualche produttore). Senza mettere piedi fuori dall’appartamento in affitto nel quale ero appena rientrato dopo aver visto un bel film in concorso, mi misi a scrivere al computer un’intervista immaginaria, spremendo la mia fantasia e organizzando una sorta di racconto romanzesco di agile lettura. In fondo era come inventare la scena di un film, un brano di sceneggiatura.
Libero da ogni vincolo realistico, ma facendo in modo che tutto sembrasse molto realistico, scrissi di getto: lei era una giovane cassiera di Savona o forse Ventimiglia, non ricordo bene, che aveva deciso di prendere qualche giorno di ferie per farsi vedere da quelle parti verso la fine della kermesse, insieme al fidanzato fotografo di matrimoni, nella speranza di farsi notare un po’ spogliata, anche se per lei i produttori erano tutti gay da quelle parti (forse usava una parola diversa, più brutale, già allora non più pubblicabile).
Raccontava, anzi raccontavo io, penuria di soldi e asprigni sentimenti, un senso di tristezza generale, le avevano pure rubato il cellulare sulla spiaggia, il tutto infiorettato con dettagli fisici accurati: occhi, capelli, seno e labbra un po’ ritoccati, incluso, ma forse mi sbaglio, un amabile broncio un po’ alla Charlotte Gainsbourg. Naturalmente fintissimo era il nome, ma credibile, di sapore ligure, direi Cecilia Bruzzone, essendomi ispirato per il cognome a quello di un bravo critico del “Secolo XIX”, Natalino Bruzzone. Sapete, nomi e cognomi sono molto importanti nella tradizione della commedia italiana, come insegnava lo sceneggiatore Furio Scarpelli.
Il pezzullo, del tutto inventato ma verosimile, piacque molto, come immaginavo. Jop si congratulò, annunciandomi che avrebbero fatto un richiamo in prima pagina. Forse chiamò pure il direttore o mi fece sapere che aveva molto apprezzato. Con poco sforzo mi liberai dall’incombenza di escogitare qualcosa “di diverso”. E tornai a vedere i film e a scriverne. Memore di quell’inossidabile battuta che echeggia in “L’uomo che uccise Liberty Valance”. Qualcuno ricorderà: “Qui siamo nel West, dove quando la leggenda diventa realtà si stampa la leggenda”.
STARLET, da Treccani.it. s. ingl. [dim. di star «stella»] (pl. starlets, p. stàalëts), usato in ital. al femm. – Giovane attrice cinematografica o televisiva, agli esordî della carriera e alla ricerca di successo e di rapida notorietà (talvolta reso in ital. con l’adattamento starlétta, o con il calco stellina, o con divetta).

Michele Anselmi