L’angolo di Michele Anselmi 

Magari è stato meglio spedire “Ritorno al crimine” direttamente su Sky (dal 12 luglio), benché fosse stato pensato per le sale. Ricordo una vibrante conferenza stampa di Rai Cinema, convocata d’urgenza su Zoom a fine settembre 2020, durante la quale venne scomodato addirittura Kennedy, per la serie “cosa possiamo fare per il nostro Paese”, solo per annunciare la decisione di far uscire il seguito di “Non ci resta che il crimine” il 29 ottobre, in 700 copie, mentre le major hollywoodiane si ritiravano dalla gara causa seconda ondata Covid. Neanche “Ritorno al crimine” poi uscì, per le note ragioni, sicché il produttore Lucisano ha preferito farlo debuttare su Sky, anche perché è già pronto il terzo episodio, “Finché c’è crimine c’è speranza”.
La trilogia si configura come un buffo e avventuroso “viaggio nel tempo” teso a sfotticchiare una certa mitomania del crimine tra cinema e tv; sicché il tutto è infarcito di citazioni, strizzatine d’occhio, parodie, canzonature, eccetera. Regista, sceneggiatore ma anche attore nei panni di Gianfranco, esperto di “portoncini spazio-temporali”, Massimiliano Bruno conduce il gioco alla sua maniera, spremendo l’ideuzza originale come un limone avvizzito.
Se nel primo capitolo gli squattrinati Moreno, Sebastiano e Giuseppe s’erano ritrovati nel 1982, dovendo fare i conti con la banda della Magliana e il feroce boss “Renatino”, adesso siamo tornati al presente, e i tre, insieme all’amico Gianfranco, viaggiano su una vecchia Alfa Gt rossa sulla Costiera Amalfitana, inseguiti dal medesimo “Renatino” che si ritrova non poco spiazzato nell’Italia dei cellulari, dei server e dei social. Gli dicono di un codice a barre, per recuperare i soldi che gli sono stati rubati, e lui risponde: “Dov’è ‘sto bar?”, gli parlano di “influencer” e lui capisce “influenza”: insomma avete capito il tono delle battute.
Il cuore della faccenda possiamo riassumerlo così: qualcuno muore a causa di un colpo di pistola sparato da un isterico boss di Scampia che si crede il sosia di Van Gogh e vuole possedere un dipinto del pittore fiammingo; una bella ragazza viene rapita in attesa dello scambio; e intanto ci si prepara a un ritorno nel lontano 1982 per modificare gli eventi e fare in modo che il boss in questione non sia mai concepito dal padre, detto “Gennaro ‘o Rattuso”. Naturalmente le cose si complicheranno per i nostri viaggiatori nel tempo, con esiti imprevedibili e complicazioni sentimentali.
Tra sparatorie, rapinatori conciati da “Kiss”, parucche alla “Pulp Fiction” e parrucchini kitsch, scalcinate Fiat Ritmo, “trasparenti” per cinefili, canzoncine neo-melodiche come “Pesciolino” o classici anni Sessanta come “Don’t Let Me Be Misunderstood”, il film di Bruno sfodera una trama alquanto inverosimile, farsesca, da prendere o lasciare, un po’ “alla” Fausto Brizzi; s’intende che il divertimento dovrebbe scaturire dalla leggiadra presa in giro dei cine-generi suggeriti (nel finale c’è perfino qualcosa di “Indiana Jones”).
“Ritorno al crimine” appare – al sottoscritto – precocemente invecchiato, un po’ tirato via nella confezione, come per onorare un contratto. Vale anche per gli interpreti principali, che sono Marco Giallini, Alessandro Gassman, Gianmarco Tognazzi ed Edoardo Leo, rispettivamente nei panni di Moreno, Sebastiano, Giuseppe e “Renatino”. Giulia Bevilacqua, che fa Lorella, la rapita, è molto carina in costume succinto, di sicuro sfodera un’invidiabile forma fisica, ma me la ricordavo anche come una brava attrice.

Michele Anselmi