L’angolo di Michele Anselmi 

Continuano a uscire nelle nostre sale, l’uno dietro l’altro, pure due o tre alla settimana, film francesi che perlopiù producono incassi risicati, anche quando sono belli, tosti o interessanti. Non saranno troppi? “Gli amori di Anaïs”, scritto e diretto da Charline Bourgeois-Taquet, classe 1986, appartiene a quel genere squisitamente transalpino che un tempo avremmo definito della “chiacchiera”. Spesso intelligente, arguta, maliziosa, diciamo tra Rohmer e Rivette, tutta costruita attorno a un personaggio di giovane donna sfuggente, perfino irritante, ma dotata di un fascino insieme distratto e irresistibile.
Distribuito da Officine Ubu da giovedì 28 aprile, il film dura meno di 100 minuti e scorre via veloce, a passo di danza, tra citazioni, omaggi e strizzatine d’occhio: da “La sera della prima” di John Cassavetes a un libro di Marguerite Duras, da “Bette Davis Eyes” di Kim Carnes a frammenti di Alain Robbe-Grillet. S’intende facendo del personaggio eponimo una specie di mistero sessuale/sentimentale che scivola continuamente dalle dita.
L’Anaïs in questione è una trentenne sempre di corsa, anzi in ritardo, sgonnerella per strada indossando abitini corti e scollati, preferibilmente rossi, che lasciano immaginare molto. Ricorda un po’ la Emmanuel Séigner di “Le sourire” di Claude Miller, e infatti anche Anaïs piace agli uomini molto più maturi di lei, come l’editore barbuto Daniel che se la porta subito a letto ma poi fa cilecca, forse per l’emozione o perché la fanciulla intimidisce.
Lei, in realtà, sdrammatizza, nulla sembra prenderla davvero: è squattrinata, si ritrova incinta e neanche lo dice al fidanzato, vive in una casa molto al di sopra delle sue possibilità, fa impazzire un professore universitario che l’ha presa come collaboratrice… Solo il cancro della madre, che s’è riaffacciato in modo inatteso e grave, turba la sua leggiadra superficialità amorosa. Il tutto finché non conosce la scrittrice Emilie Ducret, bella e cinquantenne, nonché moglie in crisi del succitato Daniel, e naturalmente la seguirà fin dentro una costosa residenza di campagna dove lei tiene un seminario, per conoscerla meglio…
Anaïs, avrete capito, è una donna alquanto rischiosa: seduce e molla, trasferendo ogni volta altrove l’oggetto del desiderio, parlando sempre d’amore ma senza praticarlo davvero. Un piccolo enigma femminile, che Anaïs Demoustier, stesso nome del personaggio, gambe sempre all’aria e rossetto quasi tatuato, restituisce con l’aria di divertirsi parecchio, senza freni. Daniel ed Emilie sono invece interpretati da Daniel Podalydès e Valeria Bruni Tedeschi: l’uno alquanto imbarazzato davanti alle mosse di quella fanciulla disinibita, spiazzante; l’altra decisa a farsi corteggiare, fors’anche per sentirsi di nuovo desiderata, ma fino a che punto? Il dialogo serrato che chiude il film, con una sorpresina finale, è la cosa migliore, più vera, di una partitura divagante, a tratti un po’ inconsistente, popolata di personaggi buffi o antipatici. E certo la colonna sonora firmata dal nostro Nicola Piovani non aiuta.
Dimenticavo: per la seconda volta in poche settimane, dopo “Parigi, tutto in una notte”, Valeria Bruni Tedeschi parla nella versione doppiata in italiano con una voce che non è la sua, non capisco perché. L’effetto è alquanto straniante, diciamo pure fastidioso.
PS. La scrittrice Anaïs Nin (1903-1977) nulla c’entra con la storia.

Michele Anselmi