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Gli anni di piombo in Corsica secondo “una vita violenta”

L’angolo di Michele Anselmi 

Magari c’entra emotivamente qualcosa l’omonimo romanzo di Pasolini con “Una vita violenta” di Thierry de Peretti. Anche se il regista còrso, classe 1970, racconta un’altra storia: immersa negli anni feroci della fosca guerra civile a bassa intensità che scosse la Corsica tra il finire degli anni Novanta e i primi anni Duemila.
Il film, girato nel 2017, esce solo adesso, giovedì 23 maggio, targato Kitchen. Non saprei bene dire a chi possa interessare, ma certo getta un fascio di luce su una situazione poco nota, benché la Corsica, dalla flebile Repubblica di Genova ceduta alla Francia nel lontano 1768, continui ad essere, per storia, lingua e tradizioni, un’isola che ci riguarda da vicino.
Non per niente quasi tutti gli interpreti portano cognomi italiani, a partire dall’attore protagonista Jean Michelangeli, e un’aria di casa, per quanto funesta, avvolge la vicenda che prende le mosse dalla rottura intestina, avvenuta nel 1990, in seno al Flnc, cioè il Fronte di liberazione nazionale còrso, movimento che ha propugnato per decenni l’indipendenza dalla Francia. Legato all’Ira e all’Eta, il raggruppamento ha annunciato il 19 dicembre 2014 la fine della lotta armata; ma ci sono stati anni nei quali le diverse fazioni si sono combattute a vicenda, all’interno di logiche spurie, pure malavitose, tra infiltrazioni sospette da parte dei servizi francesi e attentati bombaroli volti a difendere affari e appalti.
Il punto di vista che de Peretti adotta è quello di Stéphane, un militante ventisettenne riparato a Parigi per sfuggire al piombo nemico. Idealista e pugnace, il giovanotto ha appena saputo – siamo nel 2001 – che il suo migliore amico è stato ucciso insieme a un compagno di lotta. Ci sono i funerali a Bastia, la logica consiglierebbe di non tornare sull’isola, ma Stéphane medita propositi di vendetta, sicché, disubbidendo alla madre in pena, si rifà vivo in quei luoghi tormentati, dove pochi anni prima, e si passa al 1999, fu spettatore di un sanguinoso stillicidio di imboscate e ammazzamenti.
Vedendo il film non si capisce bene chi uccide chi e perché. Alti ideali “anti-colonialisti” si mischiamo ad affari di piccolo cabotaggio, utopie indipendentiste a losche rese dei conti; e intanto giovani nel fiore degli anni vengono freddati per strada, sotto casa, oppure rapiti e giustiziati.
“La rabbia è ingovernabile, mi domina” confessa Stéphane in sottofinale, mentre cammina per strada, non sapendo bene che cosa l’aspetta (ma ha appena fatto un gesto pubblico di pacificazione).
Avrete capito che il protagonista è un po’ l’alter-ego del regista, il quale confessa: “Io non sono cresciuto in un luogo arcaico e fuori del tempo. Ma certo la mia infanzia e la mia adolescenza sono state segnate da un clima di violenza politica e da una profonda confusione”. Il film, di conseguenza, non applica uno sguardo romantico alla lotta armata, semmai la mostra per quella che è: senza enfasi, spesso da lontano, rapida, feroce, implacabile, tra brandelli di dibattiti ideologici e qualche rovello personale/amoroso. L’effetto è così così, un po’ francamente ci si annoia, ma il finale è bello.

Michele Anselmi

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