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“Grandi bugie tra amici”. Un’altra rimpatriata e un po’ sembra Ozepetk

L’angolo di Michele Anselmi

Sono passati nove anni e le “piccole bugie tra amici” sono diventate “grandi”. In realtà i titoli originali in francese non parlavano proprio di menzogne, ma il giochetto, per chi ha buona memoria, potrebbe funzionare. Magari un po’.
Così il regista Guillaume Canet, classe 1973 e pure bravo attore, torna sul luogo del delitto, che è una suggestiva villa in legno nella penisola di Cap Ferret, per una malinconica rimpatriata dei personaggi raccontati, appunto, in “Piccole bugie tra amici”, che era del 2010. Ludo non è sopravvissuto al coma dopo l’incidente, e il clima s’è fatto ancora più teso, nervoso, asprigno. Avrete capito che con “Grandi bugie tra amici” siamo, nelle ambizioni, in zona “Grande freddo” di Kasdan, con uno spruzzo di Sautet e uno, magari involontario, del nostro Ozpetek. Ma consiglio di prendere i riferimenti con le molle.
Max non è più quello di una volta, l’imprenditore ricco e vincente. A un passo dai 60 anni, è volato da Parigi nell’amatissima casa estiva per ragioni di forza maggiore. Deve venderla in tutta fretta, perché è assediato dalle banche dopo un investimento alberghiero sballato. Avrebbe bisogno solo di calma e solitudine, ma gli amici che non vede da anni, e dei quali non sente la mancanza, gli si presentano in gruppo per fargli una sorpresa e festeggiare insieme il compleanno. Una mazzata per il poveraccio, tormentato da incubi notturni e murato vivo in un vergognoso silenzio rispetto al tracollo economico.
Se il primo episodio era lungo 154 minuti, troppi, questo seguito si ferma a 135, sempre parecchi. L’atmosfera è quella classica delle commedie corali/generazionali nelle quali il malinteso buffo si trasforma via via in riflessione esistenziale sul tempo che passa, sull’amicizia che svanisce e si rinsalda, sulle verità che si potevano dire e non si sono dette. Però finisce bene.
“Grandi bugie tra amici” sembra già d’averlo visto non so quante volte, e tuttavia Canet sfrutta a proprio vantaggio il prestigioso cast che ha rimesso insieme per l’occasione, quasi una nazionale del cinema francese, con attori di solito protagonisti che si prestano qui al match collettivo senza esclusione di colpi: da François Cluzet, che fa il padrone di casa, a Marion Cotillard, da Gilles Lellouche a Laurent Lafitte, da Benoît Magimel a José Garcia, da Pascale Arbillot a Clémentine Baert, solo per dirne alcuni, più l’apparizione fantasmatica di Jean Dujardin nei panni di Ludo, il morto.
Ormai ai un passo dai cinquanta, i personaggi custodiscono segreti e sconfitte, hanno figli dei quali non sanno occuparsi e amanti (etero e omosex) gelosi, stappano bottiglie e ballano molto; e intanto, mentre Max medita pure di farla finita per sottrarsi alla finzione, qualcosa dell’antico gruppo ben affiatato rinasce nel paesaggio già freddo e autunnale.
Anche l’uso delle canzoni in inglese, dentro una chiave nostalgica e fortemente evocativa, rimanda un po’ al “Grande freddo”, ma lì aveva un senso, pure di inquadramento storico e di contrappunto drammaturgico, qui sono solo bei brani staccati dal contesto. In ogni caso: si parte con “It’s All Over Now, Baby Blue” nella versione dei Rolling Stones e si chiude con “To Love Somebody” di Nina Simone. Nelle sale da giovedì 12 settembre, con Movies Inspired-Bim.

Michele Anselmi

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