L’angolo di Michele Anselmi 

In generale considero un pigro vizio del cinema italiano di commedia rifare tanti film stranieri, per lo più francesi, spagnoli, argentini, messicani, pure tedeschi; insomma una mancanza di idee e fantasia. Quasi sempre i remake non sono all’altezza dell’originale, con le dovute eccezioni. Riccardo Milani, classe 1958, è uno specialista in tal senso: prima “Mamma o papà?”, poi “Corro da te”, adesso questo “Grazie ragazzi”, nelle sale da giovedì 12 gennaio targato Vision Distribution, Palomar e WildSide. Tutti e tre film francesi. Ma è anche vero che Milani, rispetto a tanti disinvolti colleghi, possiede una marcia in più: nel tocco umanissimo, nell’aggiornamento geografico, nella direzione degli attori, nel rispetto delle partiture originali.
Alla base della rilettura c’è un film del 2020 di Emmanuel Courcol, “Un Triomphe”, velocemente distribuito in Italia da Teodora col titolo “Un anno con Godot”. Nel ruolo che fu di Kad Merad troviamo ora Antonio Albanese, attore molto caro a Milani, e si capisce perché: non strafà se non serve, sfodera la giusta malinconia, possiede presenza fisica e una bella voce duttile. Qui fa Antonio Cerami, e vai a sapere se il cognome sia un omaggio allo scomparso Vincenzo Cerami, un attore d’Accademia ormai in caduta libera: doppia gemiti e orgasmi per i film porno (in realtà non accade più), vive in una casetta a Ciampino devastata dalla ferrovia e dall’aeroporto, sua figlia se n’è andata a lavorare in Canada, la moglie l’ha mollato. Quando l’amico Michele, un attore e regista vanitoso che gestisce il teatro “Bellosguardo”, gli propone di pilotare un breve laboratorio teatrale nel penitenziario di Velletri, be’ Antonio si fa convincere, tanto per fare qualcosa. Non sa che lì dentro troverà cinque detenuti, anzi sei, che gli cambieranno la vita, radicalmente.
Il teatro come strumento di libertà interiore, anche di riscatto esistenziale, laddove comanda la costrizione più piena; un classico del cinema, basterebbe pensare, solo per restare in Italia, a “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani e a “Tutta colpa di Giuda” di Davide Ferrario. Ma Milani non si fa intimidire dal cimento, anzi, nell’adattare con Michele Astori il copione originale francese, riesce a far prendere aria alla commedia, come s’usa dire, scandendo con cura gli eventi, tra comici e drammatici, in un crescendo di attese e disillusioni, senza zuccherose soluzioni.
“Beckett non è sacro” teorizza a un certo punto Cerami, per alcuni versi riconoscendo che la grande attesa vissuta da Vladimiro ed Estragone è una metafora facile da comprendere se sei un detenuto, proprio in virtù di quel testo intriso di Assurdo.
Naturalmente cambia un po’ la provenienza dei carcerati rispetto al modello francese: qui non ci sono neri, bensì tre italiani, un albanese, un rumeno e un marocchino, ciascuno con caratteristiche precise, fisiche e caratteriali, in modo da poter giocare sui contrasti nel rapporto con il “capocomico”.
Di Albanese, bravo e toccante, s’è detto, la bizzarra compagnia beckettiana è composta da Vinicio Marchioni, Giacomo Ferrara, Giorgio Montanini, Andrea Lattanzi, Gerhard Koloneci e Bogdan Iordachioiu, con l’aggiunta di Sonia Bergamasco e Fabrizio Bentivoglio nei ruoli della direttrice del carcere e del divo trombone.
Se “I soliti” di Vasco Rossi suona bene sui titoli di coda, non ci siamo ancora con l’uso che si fa delle musiche, firmate da Andrea Guerra. Non che siano brutte, tutt’altro, ma impareranno mai i nostri registi questa semplice formuletta: quando i personaggi parlano, tanto più se la storia è realistica, sarebbe meglio che la colonna sonora stesse zitta. Nel sottofinale, per dire, c’è una lunga e vibrante “tirata” di Albanese: avrebbe retto benissimo da sola, senza orpelli e rinforzi.

PS. Si gioca un po’ coi cognomi nel film, citando Favino e Servillo.

Michele Anselmi