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Guéduguian vede sempre più nero sulla Francia. Sollima “risuola” Saviano

La Mostra di Michele Anselmi | 11

Il cineasta marxista Robert Guéduguian vede sempre più nero sui destini sociali della Francia. Già si capiva vedendo “La casa sul mare”, due anni fa qui al Lido; ma con “Gloria Mundi”, di nuovo in concorso alla Mostra, il regista marsigliese propone forse il suo racconto più pessimista. Dice nelle note di regia: “Il neocapitalismo ha schiacciato relazioni fraterne, amichevoli e solidali, e non ha lasciato altro legame tra le persone se non il freddo interesse e il denaro”. Magari esagera un po’. Vero è che le dichiarazioni politiche, vale anche per l’inglese Ken Loach o i belgi Dardenne, lasciano sempre un po’ il tempo che trovano se restano “comizietto” ideologico e non sono incise sulle pelle dei personaggi. Ma non è questo il caso.

Gloria è il nome di una bambina appena nata, pure ripresa con struggente tenerezza durante il parto; ma “Sic transit gloria mundi”, il titolo completo del film, è un noto detto latino che rimanda alla sostanza effimera delle cose. Fiori, brindisi e fotografie per il lieto evento, e tuttavia in pochi minuti Guédiguian descrive una condizione tutt’altro che ilare: la giovane mamma è frustrata e prossima disoccupata, al marito che lavora con Uber alcuni tassisti spezzano il braccio sinistro per ritorsione, la sorella “squalo” gestisce col marito vizioso e cocainomane un negozietto all’ingrosso che deruba le persone bisognose; poi ci sono i nonni, onesti e laboriosi, lei si ammazza ogni notte, sfruttata, per fare le pulizie, lui guida gli autobus cittadini e teme la pensione vicina. Infine c’è Daniel, l’ex marito della nonna e vero padre della figlia che ha appena partorito: è stato vent’anni in prigione per una rissa finita con un morto, era bello e maledetto, oggi scrive poetici “haiku” e vuole solo vedere la nipotina.

Piantato nella Marsiglia popolare e multietnica che Guédiguian ben conosce, “Gloria Mundi” alterna scenate e tenerezze, ingordigie sessuali e comportamenti malinconici, ma non ci vuole molto a capire che, nella morsa della crisi economica che spappola i rapporti umani, la tragedia è nell’aria.

Il 66enne Guéduguian non gode più dei favori critici di un tempo. E forse anche lui, teorico di una “semplicità” espressiva tra Ford e Ozu (parole sue), un po’ si ripete. Tuttavia anche “Gloria Mundi”, nonostante il timbro da melodramma sociale scandito da arie di Toscanini, è un film che non lascia indifferenti, perché pesca nel disagio proletario e piccolo borghese, perché dipinge un certo razzismo latente e i limiti della lotta sindacale, soprattutto perché trae di nuovo il meglio dai consueti attori della cine-compagnia, a partire da Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin e Gérard Meylan. Frase destinata ad essere smentita nel corso degli eventi: “I legami di sangue? Tutte cazzate”. Coproduce Angelo Barbagallo, uscirà in Italia con Parthénos.

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Va sul classico, ma con pezzatura estenuante da 164 minuti, anche il portoghese Tiago Guedes, che ha portato in concorso “A herdade”, cioè “Il dominio”. Un po’ come succedeva con “Il segreto della mia famiglia” di Pablo Trapero, la storia di una sterminata proprietà agricola, estesa 14mila ettari, si trasforma in metafora di una nazione. Si parte dal 1946 con un suicidio per impiccagione, si vola al 1973 mentre è nell’aria la fine del governo fascista di Salazar e si avvicina la “rivoluzione dei garofani rossi” (25 aprile 1974), si finisce nel 1991, quando la tenuta gloriosa deve fare i conti con la crisi. João è il carismatico e ricco ranchero che amministra la tenuta di famiglia con mano salda. Ma la famiglia sta andando in pezzi sotto i suoi occhi distratti: la moglie lo detesta, il figlio è tossico, la figlia va a letto con il primogenito del fattore, ignorando di essere sorellastra del bel ragazzo. Trasformazioni sociali e mutare dei tempi sono raccontate dall’interno della fattoria, appunto un microcosmo quasi da western contemporaneo, se non fosse per la lingua lusitana.

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Dopo l’assaggio di “The New Pope” la Mostra fa un’altra cortesia a Sky presentando i primi due episodi di “ZeroZeroZero”, la serie in otto puntate che Stefano Sollima ha tratto liberamente dal libro-inchiesta di Roberto Saviano. Da quel che s’è potuto vedere, il regista italiano, reduce dallo spettacolare “Soldado” girato a Hollywood, perfeziona il suo stile all’americana, fatto di sparatorie, inseguimenti, squadre speciali, montaggio dinamico avanti e indietro nel tempo, virtuosismi, psicologie semplificate o troppo complicate. Però Sollima jr ha senso del ritmo e padronanza del mezzo, non ci piove.

Un vecchio boss della ‘ndrangheta calabrese, rintanato in un bunker sotterraneo tra le montagne della Sila, promette alle altre famiglie un affare d’oro da 900 milioni di euro. Un carico enorme di cocaina che arriverà dal Messico al porto di Gioia Tauro nascosto in cinque mila barattoli di sottaceti. Ma qualcuno vuole morto il padrino, meglio se divorato vivo da una scrofa; e intanto, tra Messico e Louisiana, si precisano le strategie dei venditori e degli intermediari.

L’economia illegale della droga diventa a suo modo “legale” negli infiniti passaggi finanziari, e naturalmente la posta in gioco, trattandosi di una merce tra le più universalmente consumate, scatena una guerra senza esclusione di colpi.

Parlata in quattro lingue, italiano, spagnolo, italiano e dialetto calabrese, “ZeroZeroZero” sarà di sicuro un successo in tv, anche per le modalità aggressive del racconto, com’è giusto che sia. Tra le curiosità il ritorno di Gabriel Byrne, che non si vedeva da tempo (è sempre uguale, beato lui).

Michele Anselmi

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