L’angolo di Michele Anselmi 

Parte molto bene “Per niente al mondo”, secondo film di Ciro D’Emilio, classe 1986, già regista di “Un giorno all’improvviso”. D’Emilio è un cineasta che ragiona sulle forme della messa in scena, cercando un proprio stile, senza scorciatoie; ad esempio, a differenza di quanto fanno quasi tutti i suoi colleghi italiani, non spalma neanche una nota di musica sopra i personaggi che parlano, usa la colonna sonora con parsimonia, valorizzando anche il silenzio.
Purtroppo la storia scritta con Cosimo Calamini finisce un po’ a coda di pesce, molto drammatizzando e poco spiegando il dilemma etico alla base del film, così sintetizzato dal regista: “Cosa succede sa se un uomo arrestato ingiustamente, una volta tornato in libertà, decidesse di riprendersi tutto quello che gli è stato portato via, anche andando contro la legge?”.
Bernardo Bordin è uno chef rispettato e carismatico all’inseguimento della prima stella Michelin. Siamo al confine tra Friuli Venezia Giulia e Veneto. Atletico, pizzo scolpito, auto di lusso, una figlia adolescente amatissima (lui è vedovo), l’uomo sogna il gran salto per il suo ristorante, per questo ha bisogno di capitali freschi. I due amici di sempre, uno dei quali pronto a candidarsi sindaco, vorrebbero aiutarlo. Ma di colpo arriva l’incubo. Perquisizione, sequestro della casa, arresto, carcerazione e la più infamante delle accuse: “Il pm pensa che tu sia il cervello di una banda di rumeni che fanno rapine a mano armate nelle ville” gli comunica l’avvocata.
L’uomo detenuto in attesa di giudizio è un classico del cinema, sin dai tempi del film di Nanni Loy con Alberto Sordi; D’Emilio aggiorna la vicenda al mondo avido del Nordest, alla sua ricchezza sfibrata e rabbiosa, lavorando sulla cadenza, dentro una luce livida, tra movimenti di macchina complessi, soluzioni estetiche sofisticate. Soprattutto ci sono le tre linee temporali, mischiate l’una all’altra, senza didascalie esplicative: in modo da intrecciare passato, presente e futuro affinché lo spettatore, spiega il regista, “non abbia piena consapevolezza dei fatti”.
Tutto suggestivo. L’andirivieni temporale confonde le cose e quindi rafforza la tensione. Ma poi, una volta uscito dal carcere, dopo un anno di ingiusta reclusione, benché scagionato da ogni accusa (magari andava chiarito meglio), lo chef dovrà vedersela con l’ipocrisia e l’umiliazione. E qui “Per niente al mondo” frana clamorosamente, avviandosi sul piano inclinato di un inverosimile romanzo criminale.
Peccato. Perché l’atmosfera di quei luoghi e lo studio antropologico, un po’ alla maniera di Alessandro Rossetto e del compianto Carlo Mazzacurati, all’inizio promettono un bel film, teso e senza orpelli, più complesso di quanto poi si riveli.
Il siciliano Guido Caprino si cuce addosso grinta, dialetto e sconforto di Bordin, l’ex contadino friulano alle prese con una tragica scalata sociale; ma anche il resto degli interpreti, da Boris Isaković a Diego Ribon e Antonio Zavatteri, da Irene Casagrande ad Antonella Attili, s’intonano al clima generale. Peccato che, da un certo punto in poi, non ci credi più, neanche un po’. Il film, targato Vision Distribution, è nelle sale da giovedì scorso. Se interessa, raccomando di non perdere tempo: non è un buon momento.
PS. “Non ricordare, non fantasticare, vivere il presente”: questo, secondo il compagno di cella croato di Bordin, bisogna fare per sopravvivere se si finisce in carcere, da colpevoli o da innocenti poco importa. Buono a sapersi.
Michele Anselmi