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Ha ragione Bong Joon-ho: critici non raccontate la storia di “Parasite”

L’angolo di Michele Anselmi 

Un bel problema. Eppure bisogna dare ragione al regista coreano Bong Joon-ho, classe 1969. A proposito del suo “Parasite”, Palma d’oro al festival di Cannes 2019 e da giovedì 7 novembre nelle sale con Academy Two & Lucky Red, raccomanda: “Chino il capo e in tutta onestà vi supplico. Quando scriverete la recensione di questo film, per favore trattenetevi il più possibile dal rivelare come si sviluppa la storia dopo che fratello e sorella cominciano a lavorare come insegnanti privati. Questa gentilezza da parte vostra sarà un magnifico regalo per il pubblico”.
Si può respingere un invito del genere? No, anche perché sono io il primo, pur facendo il critico da una vita, a non voler sapere tutto prima di vedere un film.
Non resta che ripartire dal titolo, che significa parassita. In biologia “qualsiasi organismo animale o vegetale che viva a spese di un altro”. Tuttavia se l’organismo animale è un uomo le cose cambiano un po’; ancora più se, come succede nello straordinario film del regista di “Snowpiercer”, il fenomeno “parassitario” si moltiplica con ingegnoso senso della truffa, prendendo pieghe inattese, in un mix di comico, buffo, perverso e cruento. Perché “Parasite” a suo modo è un apologo, non tanto sulla lotta di classe, quanto sull’impossibilità, anche nel mondo ipertecnologico e capitalistico che molto ci illude, di superare i vincoli di classe. Come sentiamo dire a un certo punto: “L’odore dei poveri si sente sempre”. I saponi non bastano, neanche i vestiti nuovi, a cancellarlo.
La famiglia Ki-taek, composta di quattro persone, ristagna in un maleodorante appartamento seminterrato, neanche il wi-fi prende più, e le cose non possono che peggiorare a causa della disoccupazione. Per fortuna, grazie a un amico in partenza, il figlio maggiore Ki-woo, falsificando un documento universitario, riesce a farsi assumere presso la facoltosa famiglia Park, che vive in una villa da sogno, come insegnante d’inglese della viziata primogenita. Il sodalizio funziona a meraviglia, quei ricconi paiono piuttosto fessi, sicché il giovanotto squattrinato, con abile mossa, riesce a far ingaggiare anche la sorella, spacciandola per un’esperta d’arte necessaria a indirizzare “il talento” del figlioletto. Ed è solo l’inizio di un meccanismo di rivalsa-rivincita destinato però a fare i conti con le strettoie dell’esistenza, pure con le incognite del caso.
“Parasite”, da qualunque angolatura lo si veda, è un gran bel film. Fa sorridere e commuove, gioca con la suspense ma non bara, sfodera un cinismo sublime sulla scaltrezza dei “dropout” e al tempo stesso mostra l’insensatezza della guerra tra poveracci.
Spiega Bong Joon-ho: “Chi può puntare il dito contro una famiglia in difficoltà, intrappolata in una lotta per la sopravvivenza, e definirli tutti parassiti? Non erano parassiti all’inizio. Sono i nostri vicini di casa, amici e colleghi, spinti fino all’orlo del precipizio”. In effetti è così, anche se il film non spedisce messaggi, non fa la morale, non lancia denunce. Fotografa una società moderna imbevuta di ragguardevole ferocia, direi a tutte le latitudini, sicché, considerata la chiave universale, prevedo qualche remake.
Si esce da “Parasite” con una sensazione di stupore misto a disagio, certo a causa delle progressive torsioni del racconto, in una chiave sempre più fosca, grottesca, disperata, pure bizzarra (a un certo punto echeggia “In ginocchio da te” di Gianni Morandi). Ma i 130 minuti passano veloci, perché ogni trovata custodisce un senso drammaturgico meditato, mai artificioso, in attesa della sorpresa successiva, fosse pure un malinconico Sos con alfabeto Morse.
Battuta del film da tenere a mente: “Sai quale è il piano che non fallisce mai? Non avere un piano”.

Michele Anselmi

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