L’anno che si è appena concluso è stato l’anno del metaverso. La crisalide Facebook si è trasformata nella farfalla Meta; Uno dei film più attesi dell’anno, “Spiderman: No Way Home”, uscito nelle sale il quindici dicembre, ha elevato la logica del metaverso (o multiverso, in qualunque modo lo si voglia chiamare) a suo esplosivo motore narrativo. Certamente non il primo film a farlo, si ricordi il citazionista ed ipertestuale “Ready Player One” di Spielberg. A dirla tutta non è stato neppure il cinema il primo media a sfruttare queste dinamiche produttive, basti pensare al mondo dei videogiochi ed al successo di killer applications come Fortnite. Nonostante tutto, il film era attesissimo: la cultura dell’hype anche in questo caso ha contribuito ad alimentare negli spettatori aspettative altissime, drogandoli di teaser, leaks, anticipazioni e rumors. Una di queste voci di corridoio era parecchio interessante: nel film sarebbero state presenti tutte le versioni live action di Peter Parker. Internet e la fanbase Marvel sono esplosi, ma, al netto di quella che era una strategia di marketing per portare al cinema gli appassionati degli altri cinecomic dedicati all’Uomo Ragno, com’è, alla fine, il nuovo film Marvel, già indiscusso campione d’incassi?
Purtroppo, il collasso di tutti gli Spiderman e dei rispettivi antagonisti nella dimensione di Tom Holland ha fatto perdere di vista una domanda cruciale. Il film sarebbe stato in grado di rendere giustizia al brillante storytelling, sia visivo che narrativo, che impreziosiva i personaggi della trilogia diretta, nei primi anni Duemila, da Sam Raimi? La pellicola si apre con un pretesto che scricchiola: Spiderman rischia una catastrofe astrale perché lui ed i suoi amici non vengono ammessi all’università. I villain dei film originali vengono rivelati uno dietro l’altro, senza permettere alcun ulteriore sviluppo dei loro caratteri e delle loro motivazioni. A riprova di questo basti ricordare che per due dei “Sinistri Sei”, l’Uomo Sabbia e Lizard, sono state addirittura riciclate le performance attoriali. Fantasmi che riemergono dal passato, lontano ricordo di ciò che sono stati una volta. Non bastano neppure le oscure e carismatiche presenze di Willem Dafoe e Alfred Molina, rispettivamente Green Goblin e Doctor Octopus, a risollevare uno script piuttosto telefonato e prevedibile, anche a causa di trailer carichi di spoiler rilasciati prima dell’uscita della pellicola. Le loro linee di dialogo appaiono scontatamente citazioniste dei film da cui provengono. La sceneggiatura spesso sopra le righe stride con la serietà e la palpabile cupezza che Raimi riservava ai suoi personaggi ed alle sue sequenze, che mancano della sua potenza immaginifica e dei suoi guizzi registici.
Era molto probabile, anzi scontato, che gli altri Spiderman sarebbero apparsi in questo calderone supereroistico in salsa postmoderna. Il loro tempo sullo schermo è decisamente marginale rispetto alle oltre due ore di durata del lungometraggio e, nella maggior parte dei casi, viene speso in citazioni e riferimenti alle pellicole di provenienza. Far collidere tra loro tutti gli universi degli amichevoli Spiderman di quartiere genera non poche incongruenze: buchi di trama aperti dall’elevazione del multiverso a strategia narrativa. La sensazione che si ha è quella di vivere un mozzafiato giro su quell’ottovolante multisensoriale tanto invocato da Martin Scorsese quando parla di alcuni film Marvel. Alla fine della corsa si è decisamente soddisfatti delle vertigini provate, forse con qualche riserva su una trama che poteva decisamente integrare il vecchio ed il nuovo in maniera più dinamica e meno macchinosa. Allontanandosi, in questo modo, dal fan service più scontato che in questa pellicola va a colmare le lacune della regia di Jon Watts che non brilla certamente delle intuizioni che hanno reso memorabili i tre lungometraggi girati da Raimi.
Visto il successo commerciale del film viene da chiedersi se la logica del multiverso arriverà a colonizzare sempre più produzioni mediali, svuotandole da solide sceneggiature in favore di storie corali che possano appagare i desideri di ogni tipo di spettatore. Molto probabile.

Gioele Barsotti