“Hello Danny. Come and play with us… Forever”. Son cresciute le tradizionali bambine icone dei film horror (chi non ricorda le inquietanti gemelle Grady, che terrorizzavano il piccolo Danny mentre spensierato sul triciclo percorreva i corridoi dell’Overlook Hotel in “Shining” di Stanley Kubrick?): ora in “Haunted Identity” parlano in siciliano, sono diventate grandi, ma continuano a mietere vittime vendicando torti subiti nella tenera età senza dimenticare e rimuovere i traumi psicologici.

“Haunted Identity” è un remake di “Shining”? Non proprio, perché, sebbene nella pellicola di Giuseppe Lo Conti – giovane regista siciliano, specializzato proprio nella realizzazione di cortometraggi horror, apprezzati soprattutto a Los Angeles (“Gift”, il suo ultimo lavoro, ha vinto il premio come Miglior Horror all’Hollywood Horror Pictures Award 2020) – manchino soltanto queste figure, sono presenti i molti topoi dei film horror, come gli specchi, i traumi psicologici, le bambole, le ville isolate e stregate appartenenti al ceto borghese e le voci sibilate, tali da inquadrarlo perfettamente in questo genere come un omaggio a molte più note pellicole dello stesso linguaggio cinematografico, nazionali ed internazionali, quali “Profondo Rosso” di Dario Argento, “La casa dalle finestre che ridono” di Pupi Avati e, chiaramente, “Shining”, per citare le più note, basate sullo stretto binomio heimlich-unheimlich.

La pellicola, prodotta da Dark Eagle Film Production, è frutto di ben due anni di post-produzione: girata in soli diciotto giorni e penalizzata soltanto dal Covid, che ne ha interrotto le riprese nel mese di marzo, e da una recitazione stentata e un po’ grottesca nella parte iniziale, ma diretta così brillantemente da realizzare un buon racconto horror siculo d’autore, intervallato da continue dissolvenze in nero in contrasto con il candore bianco del mobilio settecentesco. Disponibile su Prime Video.

Alessandra Alfonsi