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Ho visto tutte le puntate di “Petra” by Cortellesi. Consiglierei più sostanza

L’angolo di Michele Anselmi 

Ho visto anche la quarta e ultima puntata di “Petra”, la serie di Sky costruita sulle indagini letterarie scritte dalla spagnola Alicia Giménez-Bartlett. Saprete di sicuro che, nella trasposizione operata dalla regista Maria Sole Tognazzi, su sceneggiature di Giulia Calenda, Furio Andreotti e Ilaria Macchia, la poliziotta di Barcellona è diventata italiana, anzi romana, benché tutte le storie siano ambientate a Genova, città che si presta al noir. Tutte tranne quest’ultima, “Morti di carta”, on demand da ieri, che ha riportato la poliziotta dell’Omicidi, una tempo avvocata di successo, nella sua città natale, appunto Roma (nel libro era Madrid) per indagare su una brutta storia di gossip, ricatti televisivi, ipocrisia cattolica e omosessualità.
L’operazione, promossa da Sky insieme a Cattleya e Bartlebyfilm, sembra aver funzionato sul piano degli ascolti, pure in una chiave “generalista”. Il tentativo era chiaro: acchiappare un po’ il pubblico Rai che vede le storie di Montalbano e Rocco Schiavone. Può darsi che stiano pensando a un seguito. E tuttavia qualcosa non convince nella “chemistry”, all’inizio promettente, della coppia poliziesca Petra-Antonio incarnata da Paola Cortellesi e Andrea Pennacchi. Più azzeccato lui che lei, a mio parere, anche se entrambi avranno seguito le indicazioni di regia.
La scrittrice spagnola, per quel che so e ho letto, non ha mai descritto precisamente l’aspetto fisico di Petra Delicado (da noi Delicato), sicché l’ossimoro contenuto in quel nome e cognome autorizza una certa libertà di interpretazione.
Così, per curiosità, ho voluto vedere come la spagnola Ana Belén, nel lontano 1999, rese Petra in una serie iberica realizzata subito dopo il successo dei primi romanzi. M’è parsa meno tetra e incazzosa, anche più “femminile” e sorridente, pur corservando l’asprezza del personaggio; mentre la Petra di Paola Cortellesi è sempre ingrugnita, anaffettiva, monocorde, con le occhiaie fonde e un trucco strano, i capelli in disordine, gli abiti spiegazzati, eccetera: a dirci una certa condizione esistenziale, lenita appena dalla bonomia malinconica del compare vedovo Antonio.
A me pare che i due bravi attori si siano adagiati strada facendo in una pigra routine, forse a causa delle lunghe riprese, col risultato di rendere il tutto né carne né pesce: non così toccante l’elemento psicologico, poco avvincente lo sfondo “giallo” (non parliamo poi delle scene d’azione al rallentatore).
Pare che all’origine della riuscita coppia spagnola inventata da Alicia Giménez-Bartlett ci sia un’altra coppia mica male, escogitata da Patricia Cornewell: quella composta da Kay Scarpetta e Pete Marino. Non saprei dire se sia così. Ma so, al di là degli ambienti e degli appartamenti troppo lussuosi scelti per l’italiana “Petra”, che la forza di una coppia investigativa deve esser nutrita anche da una certa sostanza, non basta solo l’atmosfera meditabonda e scorticata. Insomma: meno passeggiate e meno droni. È il rischio già corso su Raidue dalla seconda serie di “Rocco Schiavone”, in attesa di vedere su Raiuno l’ultimissima (?) avventura del commissario Montalbano.

Michele Anselmi

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