L’angolo di Michele Anselmi 

Conoscevo un’attrice morettiana che comprava scarpe eleganti da 850 euro al paio, mi fece anche vedere il lussuoso negozio, direi in piazza Capranica a Roma, dove erano esposte all’epoca. Ho ripensato a lei vedendo “Holy Shoes”, il film di Luigi Di Capua che esce nelle sale oggi, giovedì 4 luglio, con Academy Two, producono Pepito e Rai Cinema. Il tema? Le scarpe come feticcio giovanile, oggetto del desiderio, scatto mentale, status-symbol, materia per affari sporchi, forse pure come una sorta di Santo Graal. Il Nanni Moretti di “Bianca”, così ossessivo e ossessionato, nulla c’entra stavolta, mi pare; semmai vale la pena di ricordare che il 38enne Di Capua viene dal trio satirico The Pills, quelli che, con “Il buio oltre le Hogan”, sancirono che “le scarpe sono lo specchio dell’anima”.
Cinque i personaggi principali che il film fa sfiorare, alla fine intrecciare, in una Roma piuttosto tetra, non solo periferica e dialettale. Il quattordicenne Filippetto vuole regalare le mitiche Typo 3 alla fidanzatina Marianna, ma le originali costano troppo (790 euro). “Bibbolino” è un padre immaturo, figlio di un generale autoritario, che gira vestito con tute improbabili e smercia sneakers di lusso, molto ambite dai rapper alla moda. Mei è una studentessa cinese che ha bisogno di far soldi, subito, per scappare dal ristorante del padre, andare a studiare a Boston e aiutare il fratellino con sindrome di Asperger. Luciana è una casalinga disperata che sta spegnendosi nella noia: il marito depresso non la tocca da anni, lei sogna di essere corteggiata indossando tacchi a punta, e qualcosa cambierà quando la vicina di casa, una nota giornalista televisiva reduce da un grave incidente, comincia a buttare dalla finestra la sua favolosa collezione di scarpe sexy.
Non saprei dire, come pure ho letto, se il riferimento più immediato sul piano stilistico ed esistenziale sia il cinema di Paul Haggis, soprattutto “Crash. Contatto fisico” del 2004, sebbene lì si parlasse di razzismo. In “Holy Shoes”, a partire dall’invenzione grafica quasi spaziale sui titoli di testa, le inventate scarpe Typo 3, così leggere, bianche, comode e aerodinamiche, diventano un oggetto ipnotico che scatena desiderio e avidità, annullando ogni scrupolo morale. A un certo punto da un cassetto viene fuori una Beretta, e si sa da sempre che al cinema quando spunta una pistola quella, prima o poi, sparerà.
Temo che a forza di “Bella regà”, cioè di frasi idiomatiche romanesche e di affondi dialettali, il cinema italiano stia ripetendosi senza provare davvero a guardarsi intorno, oltre (certi) confini della Capitale. Di Capua, già sceneggiatore del trittico “Smetto quando voglio”, immerge i suoi personaggi in un meccanismo di catastrofico languore, facendo del “logo” una sorta di religione compulsiva capace di ottundere le menti e provocare disastri a catena. Ma, musica elettronica a parte, la drammaturgia dov’è finita? E perché quasi tutti urlano sempre?
Raffaele Argesani, Simone Liberati, Tiffany Zhu, Carla Signoris e Isabella Briganti incarnano rispettivamente i cinque personaggi principali, con contorno fornito da Roberto De Francesco, Denise Capezza, Ludovica Nasti, Alessia Fugardi e Orso Maria Guerrini (voce). Ho colto una strizzatina d’occhio a una celebre scena con Kim Basinger di “9 settimane e ½”, ma forse mi sbaglio.

Michele Anselmi