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Honey Boy. Un “metacinema terapeutico” che non centra il bersaglio

“Per alcune ore vago per la città cercando di ricordarmi chi aveva parlato bene di questo film”. Se non fosse per la fotografia dagli splendidi colori saturi che riecheggiano il filone surrealista alla Salvator Dalì e per un soggetto davvero originale, l’atteggiamento più ovvio e naturale sarebbe simile a quello di Nanni Moretti in Caro Diario mentre scuote la testa durante la visione di Henry, pioggia di sangue. È molto difficile, infatti, trovare elementi positivi o pregi in Honey Boy, pensato come un esempio di metacinema terapeutico, ma costruito superficialmente con una lunga sequenza non sense e dialoghi serrati, dove campeggia soltanto il turpiloquio.

Honey Boy di Alma Har’el, presentato nella selezione ufficiale del Toronto International Film Festival e del Sundance Film Festival, voleva essere la storia del percorso di formazione dell’attore Otis Lort, raccontato in due fasi: in quella dell’adolescenza, quando aveva dodici anni, e in quella della maturità, quando ne aveva ventidue. Nato da un soggetto fortemente voluto da Shia LaBeauf, che scrive e recita con convinzione mettendo in scena se stesso, è nei fatti un’occasione mancata perché è proprio la modalità di costruzione del racconto l’elemento deficitario dell’operazione. Nell’intento dell’autrice l’opera doveva essere una sorta di “metacinema terapeutico”: “l’approccio di Har’el al cinema rispecchia certi aspetti della terapia della gestalt, in cui i pazienti usano i giochi di ruolo per risolvere i conflitti passati”, ma si presenta come una lunga sequenza di immagini, prive di senso e analizzate senza approfondire e senza scavare nella personalità degli attori e nel loro caos emotivo, mostrati soltanto superficialmente con primi e primissimi piani.

Alessandra Alfonsi

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