“L’amore, la violenza e la filosofia” di Alessandro Battistelli (Arcana 2022) mette nero su bianco alcune idee, come dice chiaramente il sottotitolo, per una didattica integrata con la musica dei Baustelle. È così che “La morte (non esiste più)” è l’occasione per introdurre “Essere e tempo” oppure “Gomma” finisce con l’avere delle connessioni con “La fenomenologia dello spirito”. Ne abbiamo parlato con l’autore.

“L’amore, la violenza e la filosofia” si presenta come uno strumento didattico attraverso la produzione dei Baustelle. Come nasce questa idea?
Alessandro Battistelli: L’idea nasce per caso o, come dico spesso, per sbaglio. L’uscita dell’album “L’amore e la violenza” nel 2016 mi ha aperto gli occhi sulle possibilità di queste canzoni. In particolare, il primo approccio in questo senso è stata la canzone “La vita”, che mi ha immediatamente fatto pensare a Epicuro. Da lì ho fatto una sorta di esperimento in classe per vedere se poteva funzionare e dato che ho avuto un riscontro positivo ho continuato. Poi è diventato una sorta di gioco: andare a trovare risvolti filosofici nei testi delle canzoni non solo dei Baustelle. Spesso mi sono chiesto ad esempio se Billy Corgan degli Smashing Pumpkins abbia mai letto Schopenhauer perché molte loro canzoni sembrano parlare proprio di lui e della sua filosofia. Da qui a pensare di mettere in una forma più sistematica questo tipo di approccio è stato abbastanza facile.

In che modo la tua ricerca per il libro si relazione con l’attività di insegnamento?
A.B.: Diciamo che l’insegnamento è stato un po’ un banco di prova, spesso posto in maniera inversa. Ad esempio un compito che ho fatto fare spesso alle mie classi è stato quello di ascoltare la canzone “La guerra è finita”, subito dopo aver affrontato la “Critica della ragion pratica” di Kant, senza fare cenno ai saggi morali contro il suicidio che Kant scrive, chiedendo agli studenti di immaginare un possibile dialogo tra la ragazza della canzone e Kant stesso: come sarebbero andate le cose? Cosa avrebbe risposto Kant? Sono venute fuori spesso lavori interessanti, ma questo è servito anche a me per testare la validità di quello che stavo facendo. Anzi devo dire che in alcuni casi ho apportato delle aggiunte a ciò che avevo scritto in conseguenza di spunti forniti proprio dagli studenti e che io non avevo considerato o pensato. Tutto ciò credo serva anche a mettere in evidenza l’attualità di certi concetti filosofici e la necessità per la filosofia di essere il più aderente possibile alla realtà che vive perché quella realtà spesso ha bisogno di essere spiegata. Senza dimenticare però che ci troviamo in un contesto, quello scolastico, in cui è difficile trovare uno studente che conosca i Baustelle. La musica che ascolta un diciottenne di oggi è altra, ma sta anche a loro non essere chiusi nei confronti di quello che sentono distante e avere il coraggio di scoprire cose nuove, così come io spesso ascolto incuriosito le canzoni che loro amano anche se distanti dal mio interesse e dal mio gusto.

Al di là dei pezzi che fanno esplicito riferimento ad autori e concetti precisi, viene in mente in questo senso “Il liberismo ha i giorni contati”, i filosofi chiamati in causa appartengono per massima parte ai programmi didattici liceali. C’è qualche canzone con relativo aggancio ad un autore che hai lasciato fuori perché non ampiamente storicizzato?
A.B.: Non è del tutto scontato riuscire a parlare di Walter Benjamin in una classe dell’ultimo anno di un liceo o affrontare la filosofia di Levinas. I programmi scolastici, anzi le indicazioni nazionali ti obbligano a seguire un certo tipo di programmazione che ti permette di arrivare alle filosofie del ‘900 un po’ con l’acqua alla gola e quindi a fare delle scelte, dei tagli e delle esclusioni. In generale, avevo pensato, almeno in una fase finale, di aggiungere anche una canzone che potesse farmi da aggancio a un filosofo che io amo particolarmente, che è Gilles Deleuze, nello specifico al concetto di rizoma, usando la canzone “Zuma Beach” di Francesco Bianconi o “Il corvo Joe”, contenuto nell’album “La malavita”, ma anche “Love Affaire” da “La moda del lento”, però poi ho desistito non tanto perché Deleuze non sia storicizzato, quanto piuttosto perché è qualcosa che in un liceo non si riesce proprio a fare. Quello che però cerco di fare ogni anno scolastico è tentare di dare degli input agli studenti sul dibattito filosofico attuale per far vedere come la filosofia non è un sapere polveroso ma qualcosa che continua a porsi domande a cui è fondamentale rispondere. Per cui mi capita di fare accenni ai concetti di antispecismo e post-umano o ai libri di Luciano Floridi o Byung Chul-Han, per fare degli esempi.

La musica dei Baustelle ha una sua precisa qualità cinematografica, non solo in senso strettamente di storia del cinema (è facile pensare a “L.” e a Rohmer), ma anche perché in grado di suscitare veri e propri squarci visivi. Possiamo parlare di questo?
A.B.: Uno dei motivi che mi hanno fatto appassionare alla musica dei Baustelle è proprio il loro riferimento costante al cinema, al ricordare musicalmente a volte Morricone o le colonne sonore di certi film degli anni ‘70, ma anche le storie raccontate nelle loro canzoni che hanno sempre un che di cinematografico. Ricordo che nei loro primi album era sempre contenuto una sorta di annuncio che più o meno diceva che erano disponibili per comporre colonne sonore. Penso che una canzone come “La canzone del riformatorio” sia una sorta di cortometraggio che racconta una storia tragica, mettendo in evidenza dei particolari precisi che rendono estremamente visivo l’ascolto della canzone. Mi è capitato spesso di immaginare “Monumentale” come una specie di documentario sui cimiteri. Credo che il cinema sia un altro grande veicolo di divulgazione filosofica. Come dice Merleau-Ponty il film non si pensa, si percepisce e dato che mette in campo la percezione esperienziale, quindi sensibile, alla fine possiamo dire che la realtà cinematografica sembra essere più esatta della realtà vera e la percepiamo come vera e quindi il film è descrittivo ma anche esplicativo delle nostre esistenze. Il cinema e la filosofia vanno di pari passo se è vero che già Bergson ne parla in un’opera del 1907. Ecco perché, oltre alla musica, faccio largo uso del cinema durante le lezioni in classe per spiegare concetti anche attraverso le immagini. Il lavoro che sto portando avanti ora infatti avrà per tema proprio il rapporto tra cinema e filosofia.

Come hai lavorato con Arcana a questo progetto?
A.B.: Lavorare con loro è stato molto utile e interessante. La proposta che ho fatto inizialmente è stata accettata con entusiasmo, ma senza i consigli della casa editrice e dell’editor che mi seguiva non sarebbe venuto fuori così come poi è stato pubblicato. Direi che il loro apporto è stato fondamentale e hanno tirato fuori dalla mia prima stesura qualcosa di molto più convincente. Tutto questo però pur restando estremamente libero in chiave di scrittura e interpretazione dei testi.