L’angolo di Michele Anselmi

Consiglio caldamente di vedere “Mank” da soli, a meno che non si abbia una compagna o un compagno cinefili, insomma interessati alla materia, capaci di cogliere gli infiniti rimandi disseminati da David Fincher in questo suo film per Netflix (dal 4 dicembre). Altrimenti sarà un tormento vederlo in compagnia, tra probabili sbuffi di noia e inviti a cambiare. Naturalmente so bene, per aver letto post acuminati e dense stroncature, che “Mank” in generale non è piaciuto alla maggior parte dei cinescribi; e in buona misura posso pure essere d’accordo. Nel senso che ne capisco i motivi.
Trattasi di uno di quei film controversi, forse a tratti irritanti, da colta dissertazione a colpi di poderosi saggi sul tema, che se li prendi storti sin dalle prime battute non possono che peggiorare, nella visione, strada facendo.
Tuttavia a me francamente non sembra un “j’accuse” indegno nei confronti di Orson Welles, un pretesto odioso per demolire il mito dell’Autore Totale, una voce stridula che reinventa la genesi di “Quarto potere” attribuendo tutto il merito non al titanico regista ingaggiato dalla RKO, allora appena ventiquattrenne, bensì al sempre alticcio sceneggiatore quarantaduenne Herman J. Mankiewicz, fratello maggiore del più noto Joseph, quello cioè di “Eva contro Eva” e “Cleopatra”. Almeno non l’ho visto così.
“Mank”, come nella Hollywood degli anni Trenta chiamavano lo sceneggiatore in questione, sposa un punto di vista totalmente personale, fazioso, non oggettivo; diciamo che neanche parla davvero di “Quarto potere”, semmai fa venir voglia di rivederlo, per riassaporare la potenza, espressiva e stilistica, messa in campo dal giovane Welles, pure protagonista in scena. Mi pare, insomma, che non tolga nulla al fulgore epocale di quel film, uno dei più importanti della storia del cinema. Semmai getta un fascio di luce sulla biografia di uno scrittore di cinema, commediografo teatrale prima di approdare a Hollywood per essere pagato 2.500 dollari a settimana, che non esce poi così bene dal ritratto “disegnato” da Fincher sulla base di un vecchio copione del padre giornalista.
Lo dico perché in fondo “Mank” rievoca la figura di uno sceneggiatore cinico e bizzoso, certo allergico a una certa “disciplina” hollywoodiana nonché progressista e fantasioso, ma ben piantato nel sistema degli Studios, almeno fino a quando, nel 1940, non accettò di scrivere per Welles il torrenziale copione di “American”, poi diventato “Citizen Kane”, partendo da un’ossessione personale, forse nutrita di acido rancore, nei confronti del magnate William Randolph Hearst, per il quale aveva peraltro lavorato alla corte della MGM.
È Gary Oldman, che pure ha 62 anni e se ne toglie una ventina sullo schermo, a incarnare il Mankiewicz in questione, secondo la formula di una recitazione che cerca l’applauso, sul piano dell’istrionismo ben temperato, e riassume una certa idea della Hollywood che fu: perfida, senza scrupoli, avida, canagliesca, viziosa, lubrica, stritolante, legata a filo doppio con la politica, e tuttavia a suo modo geniale nel cogliere e assecondare i desideri del pubblico. Il complicato andirivieni temporale, tra il 1940 e il 1930 con un epilogo risolutore ambientato nel 1942, non facilita le cose, sebbene Fincher abbia messo didascalie che sembrano prese da una sceneggiatura, in modo da chiarire date e situazioni allo spettatore distratto.
Il bianco e nero elegante introduce un’ulteriore patina evocativa, di stilizzazione cromatica, in modo da giocare con la materia del racconto e la forma, a tratti finto-wellesiana, della messa in scena. Insomma, a dirla tutta, io l’ho visto volentieri, ogni tanto facendo un po’ di fatica nel seguire la gragnuola di nomi e cognomi, fatti accertati e licenze artistiche, citazioni da Pascal e strizzatine d’occhio ai fratelli Marx, ma senza chiedermi più di tanto se Fincher abbia voluto, con gusto controcorrente e iconoclasta, “ridurre” il talento esorbitante di Welles e “ingrandire” l’apporto creativo di Mankiewicz. Anche perché “Quarto potere”, nel ricordo di tutti, del colto e dell’inclita, custodisce sui titoli di testa un solo nome e cognome.
PS. Una cosa mi ha divertito nel seguire la versione originale sottotitolata. Anche Hearst era chiamato “Papi” da Marion Davies e dalle altre sue amanti. Ricorda qualcuno di casa nostra?

Michele Anselmi