L’angolo di Michele Anselmi

Vai a sapere se sarà l’inizio di un nuovo ciclo incentrato sugli “acchiappafantasmi”. Il regista Jason Reitman, figlio di quell’Ivan che girò i primi due episodi nel 1984 e nel 1989, se lo augura, e certo questo “Ghostbusters: Legacy” che inaugura domani, 14 ottobre, la sezione “Alice nella città” nel quadro della Festa di Roma, lascia ben sperare, facendo dimenticare la loffia versione tutta in chiave femminile del 2016. Nelle sale italiane uscirà il 18 novembre.
Del resto Reitman ha firmato film notevoli come “Juno”, “Tra le nuvole” e “Il vizio del potere”, insomma è un regista coi fiocchi, capace di lavorare a Hollywood senza smarrire la sua fisionomia “d’autore”. Lo si capisce dalle prime sequenze di “Ghostbusters: Legacy”, nel senso di “eredità”, anche se il titolo originale suona “Ghostbusters: Afterlife”, che invece significa “aldilà” (e c’è un motivo). Non per niente il film è dedicato ad Harold Ramis, che fu uno dei quattro “acchiappafantasmi” originari ed è morto nel 2014, ma il suo personaggio, il geniale fisico Egon Spengler, è ancora vivo all’inizio di questo nuovo capitolo, scritto dal regista insieme a Gil Kenan. Non per molto, ad essere sinceri.
Fingendosi contadino, Spengler s’era trasferito anni prima nel mezzo dell’Oklahoma, in una fattoria un po’ “gotica” a un passo dalla cittadina di Summerville, di sicuro non a caso. Lì approdano adesso svogliatamente, essendo stati sfrattati e sul lastrico, la figlia Callie e i nipoti adolescenti Trevor e Phoebe. “Non c’è campo qui” protesta il quindicenne; “Però non mancano di campi” scherza la mamma ancora bella, facendo notare le immense distese di granturco.
Naturalmente, lo si vede dal cielo minaccioso solcato da scie luminose, qualcosa di terribile sta per succedere da quelle parti: un’invasione di spettri spaventosi, capaci di sgranocchiare ferro come fosse cioccolata, asserviti alla sensuale dea Gozor che aspetta solo di essere risvegliata per dispiegare i poteri malefici. E qui, avrete capito, entrano in gioco i due ragazzini, soprattutto Phoebe, brillante scienziata in erba, un po’ malmostosa (però fa subito amicizia con un coetaneo detto “Postcast”), ossessionata dal ricordo del nonno Egon. Scommettiamo che, una volta ritrovata nel granaio la vecchia e impolverata Cadillac “Ecto-1” che fu usata a New York quasi quarant’anni prima più tutta la curiosa attrezzatura tecnologica, sarà lei a mettersi alla testa di nuova squadra di “ghostbusters”?
Partendo da un’idea di Dan Aykroyd e Ivan Reitman, il film si raccorda piuttosto bene al primo capitolo, in un mix di strizzatine d’occhio, battute e freddure, effetti speciali prodigiosi e feroci mini-“marshmallow”, più un pizzico di “romance” sentimentale, in attesa, s’intende, che torni a risuonare la canzone da tutti conosciuta. Il gioco pare chiaro: ci si rivolge al pubblico degli odierni adolescenti e insieme a chi molto si divertì negli anni Ottanta, c’è pure un riferimento a Reagan presidente, seguendo le gesta di quei quattro cacciatori di ectoplasmi.
Nel finale succede di tutto, in ogni senso. Reitman junior costruisce con cura lo show-down all’insegna della nostalgia, tra rentrée clamorose e presenze evanescenti. C’è sempre un lutto da elaborare nei film americani per ragazzi, infatti succede anche qui. Facendo il verso a Steven Spielberg e forse un po’ a “I Goonies” di Richard Donner, “Ghostbusters: Legacy” si propone, appunto, come un divertimento per grandi e piccini, si sarebbe detto un tempo. Io, che pure non sono di primo pelo, me lo sono pappato senza mai guardare l’orologio. Grazie anche al cast ben assortito, costruito attorno ai tre adolescenti Finn Wolfhard (la star di “Stranger Things”), McKenna Grace e Logan Kim più i due adulti Carrie Coon e Paul Rudd. Occhio ai titoli di coda: nascondono una gustosa sorpresa.

Michele Anselmi