La Mostra di Michele Anselmi per Cinemonitor / 15

Doveva chiamarsi “L’erede” e forse sarebbe stato meglio, perché chi vede “I figli della scimmia”, oggi passato alla Mostra in Orizzonti e dal 17 settembre nelle sale con Medusa, rischia di arrovellarsi inutilmente su quel titolo criptico, che trae ispirazione dall’omonimo fiaba di Esopo. Vi si narra di una mamma scimmia con due cuccioli, dei quali solo uno amato e nutrito. Nel film del lucchese Tommaso Landucci, classe 1989, non succede nulla del genere, infatti è lo stesso autore a spiegare nelle interviste: «A differenza della fiaba, qui si parla di un genitore chiamato a dividersi fra due “figli”: quello reale e quello ideale».
Scritto da Landucci insieme a Damiano Femfert, “I figli della scimmia” si apre e si chiude sostanzialmente con la stessa scena, a siglare una lunga parentesi emotiva, esistenziale, nella quale scoppia quella che il regista definisce «un conflitto intimo, inevitabile, che mette continuamente in discussione il fragile equilibrio fra generosità ed egoismo».
Siamo in Piemonte, a un passo dalle montagne, in una piccola città. Fotografia a luce naturale, formato quasi quadrato, un effetto da 16 mm nella sgranatura, pochissima musica di corredo. C’è un padre quarantenne, Dario, che sta lavando teneramente il figlio disabile Enrico, disteso nella vasca da bagno, sotto lo sguardo premuroso della moglie. Sembrano una coppia felice, nonostante le incombenze legate a quel figlio sfortunato, ma c’è qualcosa di strano nell’aria.
Dario, che lavora insieme al fratello autoritario e squadrato nel campo assicurativo, ha una debolezza per il nipote Giacomo, ai suoi occhi il figlio “normale” che non ha avuto. Gli regala una sua vecchia moto da Trial, si fa confidare le pene d’amore, si trasforma lentamente nel vero padre dell’adolescente, mentre il fratello si mostra sempre più impaziente, arrabbiato, geloso, temendo una sorta di indebita sostituzione.
La forza del film sta, a mio parere, nella tensione crescente, sottopelle, che scardina la vita tranquilla di quelle due famiglie, sotto lo sguardo del vecchio padre che fu autoritario coi figli e ora s’è fissato con l’idea di costruire una piscina per tutti.
«È una vita che rompi il cazzo, perché sei superficiale» si sente dire Dario dal fratello maggiore, esasperato dalle attenzioni riservato al figlio quattordicenne che sente di conoscere poco e male; e intanto le cose si aggravano, sul piano della salute, per il piccolo Enrico… Il punto di rottura s’avvicina, sarà possibile evitare il disastro?
Riccardo Scamarcio, pure coproduttore, si mostra attore versatile e sensibile nei panni di Dario: capelli cortissimi, maglioni beige, nervi a fior di pelle, mentre il ruolo del “cattivo”, ma tale non è, spetta a Fausto Russo Alesi, nei panni del fratello. Direi, però, che tutti siano scelti con cura: da Andrea Aggio a Tancredi Naldini, da Lidiya Liberman a Cristina Odasso, con Luigi Diberti in partecipazione speciale. Occhio ai titoli di coda, alla voce “produttore esecutivo” appare il nome del regista americano James Ivory, classe 1928, legato a Landucci da antica stima.

Michele Anselmi